Il Lupo

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1.1. SISTEMATICA E MORFOLOGIA

Il lupo (Canis lupus Linnaeus, 1758) è un mammifero placentato appartenente all’ordine dei Carnivori, famiglia dei Canidi, con adattamenti tipici alla predazione di grossi animali selvatici. Questa specie conta, secondo una recente revisione, 11 sottospecie tra Eurasia e Nord America. Esistono altre 6 specie selvatiche appartenenti al genere Canis, il coyote (C. latrans), lo sciacallo dorato (C. aureus), lo sciacallo della gualdrappa (C. mesomelas), lo sciacallo striato (C. adustus) e lo sciacallo del Simien o lupo abissino (C. simensis) e il lupo rosso (C. rufus).

Il lupo è ritenuto il progenitore selvatico del cane, che attualmente viene quindi considerato una sottospecie polimorfa del lupo (i.e., C. l. familiaris) (Wilson & Reeder, 1993). Lupi e cani sono tra loro interfecondi, sono cioè capaci di incrociarsi generando prole ibrida feconda. La bassa probabilità di incontro in natura e, ancora di più, complesse barriere comportamentali sono generalmente sufficienti a impedire l’incrocio tra il lupo ed il cane, che comunque è documentato in circa il 5% dei lupi morti esaminati per l’Italia (Randi & Ciucci, 2006). Tuttavia, esistono in Italia alcune zone “hotspot”, in cui il fenomeno è particolarmente accentuato. Un esempio su tutti è la Provincia di Grosseto dove, tramite analisi genetiche effettuate su campioni biologici durante il Progetto Life Ibriwolf, sono stati individuati 57 genotipi di cui ben 17-21 di individui introgressi (a seconda del valore soglia assegnato), corrispondente al 30-35% circa dei campioni analizzati (Braschi & Boitani, 2013).

Il lupo è la specie di maggior mole tra i rappresentanti del genere Canis. Le dimensioni corporee variano molto a seconda dell’area geografica e della sottospecie considerata. Per la specie è valida quindi la regola di Bergmann, con valori massimi che raggiungono anche gli 80 kg per i maschi delle popolazioni che abitano le regioni più fredde, quali il Nord America e la Siberia. Le femmine pesano generalmente il 10-15% in meno dei maschi.
Anche il colore del mantello, generalmente mimetico, è variabile, tendendo verso toni più chiari nelle popolazioni settentrionali. La colorazione melanica è presente in maniera esclusiva solo in alcune zone geografiche, tra cui il Nord America e l’Italia. Studi genetici comparati indicano che questa specificità sia legata alla presenza di un gene appartenete al cane, frutto di introgressioni molto antiche. Il mantello, costituito da due tipi diversi di pelo – uno lanoso e folto detto “borra” ed uno più lungo e scuro detto “giarra” – assume colorazione e aspetto variabile in relazione alle stagioni e all’età dell’animale.
I peli sul dorso, sul collo e sulla parte prossimale della coda si inseriscono in uno strato epidermico strettamente solidale con la muscolatura (Toschi, 1965), il che permette un controllo fine dell’erezione della pelliccia, essenziale per l’assunzione di uno spettro ben diversificato di posture che, insieme alle espressioni del muso e altri movimenti, costituisce un efficiente strumento di comunicazione.
Il muso dell’animale è generalmente caratterizzato dalla presenza di una maschera facciale (i.e., una zona chiara che circonda la bocca), particolarmente evidente nei soggetti dal mantello scuro. Gli occhi, obliqui e dal colore marrone chiaro, sono in posizione frontale e piuttosto distanziati tra loro.

La dentatura è composta da 42 denti. La dentizione da latte è completa a circa 75-80 giorni d’età, mentre quella definitiva è completamente sviluppata verso il settimo mese. Di particolare importanza per la specie è la presenza di denti carnassiali (detti “ferini”; quarto premolare mascellare e primo molare mandibolare) particolarmente sviluppati, la cui funzione sembra essere quella di tranciare grosse ossa e tendini.
La forte dentatura è sostenuta da una struttura cranica molto massiccia e mossa da muscoli masseteri e temporali particolarmente potenti che permettono di abbattere e consumare facilmente anche prede molto grandi. Il cranio si presenta particolarmente schiacciato ed ampio, mesomorfo, con il profilo superiore del muso tipicamente piatto e privo del cosiddetto “stop” (i.e., salto tra fronte e canna nasale) caratteristico del muso del cane.

Il lupo presenta una silhouette del corpo slanciata, con muso allungato, orecchie triangolari diritte e non molto lunghe, a base slargata, collo relativamente corto e robusto, arti piuttosto lunghi e sottili, coda relativamente corta e pelosa. Data la sua particolare struttura anatomica, il trotto è l’andatura che consente al lupo di ottimizzare le sue prestazioni locomotorie.
Tra l’impronta del lupo e quella di un cane di pari taglia non esistono differenze sufficientemente marcate e costanti da poter essere considerate diagnostiche nella identificazione delle specie. Generalmente i lupi si caratterizzano per lasciare tracce giacenti su una linea molto dritta, questa caratteristica è rinvenibile meno frequentemente nelle tracce dei cani.

1.2 AREA DI DISTRIBUZIONE E HABITAT

La presenza storica della specie comprendeva l’intero emisfero boreale (i.e., la metà settentrionale del globo terrestre), con le popolazioni più meridionali localizzate in Messico (Canis lupus baileyi), in Arabia (C. l. arabs) e nel sub-continente indiano (C. l. pallipes) (Mech, 1970). Il lupo è il mammifero terrestre selvatico che ha raggiunto, in tempi storici, la distribuzione geografica più estesa. Allo stato attuale popolazioni consistenti di lupo sono presenti in Nord America, nell’ex Unione Sovietica e nei paesi dell’Europa centro-orientale. Popolazioni meno consistenti e isolate tra loro sono presenti nella penisola Iberica, in Italia, in Scandinavia, nei Balcani e in Medio Oriente. In tempi recenti il lupo ha vissuto una fase di ripresa, ri-colonizzando territori da cui era scomparso totalmente, della Francia, della Germania, della Svizzera, e di alcuni stati settentrionali degli USA.

Il lupo sembra non avere particolari esigenze di habitat, come dimostrato dalla persistenza della specie in praticamente tutti gli ambienti dell’emisfero settentrionale, prima che iniziasse la persecuzione sistematica da parte dell’uomo. Vari autori concordano che in un passato non lontano, il lupo era presente in Italia in praticamente tutti gli ambienti, dalla macchia mediterranea della costa alle foreste di montagna.
Pare dunque che i fattori che limitano criticamente la distribuzione attuale del lupo siano fondamentalmente la persecuzione umana, la disponibilità di prede e la presenza di habitat naturali integri (soprattutto quelli con estesa copertura vegetale che permette ai lupi di nascondersi e sfuggire alla persecuzione umana). Per l’Italia questa adattabilità è evidente, essendo la specie attualmente presente in contesti molto diversi fra loro: dalle praterie alpine fino alla macchia mediterranea.

1.3 ALIMENTAZIONE

Il lupo è un carnivoro generalista ed opportunista, essenzialmente specializzato nella predazione di grossi erbivori selvatici, ma che può includere nella propria dieta, all’occorrenza, anche mammiferi di piccole dimensioni (e.g., roditori), frutti, carcasse, animali domestici e rifiuti di origine umana. Il lupo in Italia ha uno spettro di dieta quanto mai variabile su base locale: si va da una dieta che include quasi esclusivamente ungulati selvatici, in particolare il cinghiale (e.g., Appennino tosco-romagnolo), a diete che includono in misura variabile ma consistente, alimenti di origine antropica come bestiame, carcasse e rifiuti (e.g., Parco Nazionale d’Abruzzo) (Meriggi & Lovari, 1996).
La caccia avviene generalmente all’interno di territori in cui i lupi persistono per periodi più o meno prolungati, insistendo su categorie di prede che garantiscano l’ottimizzazione del rapporto costi (i.e., sforzo di cattura)/benefici (i.e., quantità di calorie assimilabili per unità di tempo). Il fabbisogno giornaliero medio di carne di un lupo di dimensioni medie è quantificato in circa 3-5 kg per il Nord America (Mech, 1974; Carbyn, 1987), in Italia in circa 1-3 kg (Boscagli, 1985).

D’altra parte, il lupo è noto per essersi adattato ad una alimentazione non uniformemente cadenzata nel tempo. Per esempio, sono stati registrati casi di lupi che sono rimasti fino a 17 giorni senza ingerire cibo. Questi lunghi periodi di digiuno sono seguiti da grandi e rapide ingestioni di cibo: il loro stomaco ha, infatti, grandi capacità dilatatorie e la digestione avviene in poche ore.

Il tasso di successo dell’attività venatoria del lupo è in genere sorprendentemente basso, stimato intorno al 10% del totale degli attacchi, nel caso specifico di caccia a carico di prede di grosse dimensioni.
Mech (1970) registra addirittura un tasso di successo predatorio del 4 % totalizzato da parte di un branco di lupi da lui osservato in Nord America, in attacchi diretti contro differenti gruppi di alci.

In Europa, segnalazioni di casi di antropofagia da parte del lupo erano frequenti in passato, ma spesso provenivano da fonti non certe ed attendibili, generalmente frutto di radicati pregiudizi e antichi retaggi culturali avversi al lupo. L’unica regione del mondo in cui si siano verificati casi di antropofagia in tempi recenti è quella indiana dell’Andhra Pradesh, in una situazione di grande dissesto ecologico, in cui si verifica uno stretto contatto degli umani con le popolazioni del canide (Cagnolaro et al., 1996).
In Italia, dove le segnalazioni di casi di attacchi rivolti a persone da parte di lupi e di cani sono state spesso confuse tra loro, gli ultimi casi accertati di antropofagia si sono verificati intorno al 1825 (Cagnolaro et al., 1996).
L’antropofagia è in ogni caso considerata un comportamento raro e aberrante del lupo, che può verificarsi occasionalmente solo in condizioni ambientali particolarmente degradate, caratterizzate per esempio da una cronica carenza di prede, una popolazione rurale in forte espansione e, più spesso, la presenza nella popolazione di individui affetti da rabbia silvestre. D’altra parte, tali eventi si possono verificare soltanto su base occasionale – di solito a carico di individui di dimensioni ridotte rispetto a quelle di un uomo adulto (i.e., bambini incustoditi) – ed è da escludere che il lupo possa includere la specie Homo sapiens nello spettro abituale delle sue prede. L’antropofagia viene ritenuto un fenomeno improbabile nell’attuale contesto ecologico europeo.

1.4 RIPRODUZIONE

Il lupo è un animale essenzialmente monogamo. La coppia riproduttrice copula verso la fine dell’inverno e la gestazione dura circa due mesi (Mech, 1970). Circa 15-20 giorni prima del parto la coppia cerca una tana, che può essere costituita da un tronco cavo, da una cavità rocciosa, da una fossa scavata in terra e, in alcuni casi, può essere ricavata allargando una pre-esistente tana di volpe, di istrice o di tasso.
Alla fine della gestazione, la femmina dà alla luce 4-8 cuccioli dal peso di circa 300-400 grammi ciascuno.
I cuccioli, che in Italia nascono tra aprile e giugno, completamente inetti e con capacità sensoriali scarse (ciechi e sordi), dipendono all’inizio completamente dalle cure parentali degli adulti. Vengono alimentati esclusivamente con il latte materno durante i primi 20 giorni di vita.
Successivamente, per un periodo di circa 40-50 giorni, gli viene offerto del latte integrato da rigurgiti a base di carne (per l’Italia: Boscagli, 1985). I cuccioli lasciano la tana dopo circa 2 mesi di vita e vengono trasferiti, in attesa di essere capaci di seguire gli adulti nell’attività venatoria, in particolari aree, chiamate rendez-vous, all’interno delle quali aspettano gli adulti di ritorno dalla caccia. I siti di rendez-vous sono stati descritti (Joslin, 1967) come aree semiaperte, caratterizzate da un sistema di piste e giacigli e aree di attività, circondate da una fitta vegetazione e prossime a fonti d’acqua. Col sopraggiungere dell’autunno, i giovani lupi iniziano a seguire un poco alla volta i genitori nei loro spostamenti e questa è considerata una fase di fondamentale importanza per le possibilità future di sopravvivenza dei giovani predatori. In questo periodo, infatti, gli adulti trasmettono ai giovani il patrimonio culturale specifico del branco come le tecniche di caccia, la conoscenza e l’utilizzazione del territorio, le strategie per evitare gli ambienti e le situazioni più pericolose.
Le dimensioni corporee definitive vengono raggiunte a circa un anno di età, mentre la maturità sessuale verso i due anni, anche se femmine in cattività sono in grado di riprodursi già a 10 mesi.

Una volta raggiunta la maturità sessuale, i giovani subadulti possono disperdersi in cerca di un compagno o di un branco cui unirsi, o di territori non occupati da colonizzare. Alternativamente, i subadulti possono rimanere nel branco di origine con la speranza di poter gradualmente “scalare” la gerarchia sociale.

Il lupo si accoppia una sola volta nel corso dell’anno, a differenza del cane che ha due periodi di estro. Questo, unitamente al fatto che una sola coppia di lupi si riproduce all’interno del branco, garantisce una crescita demografica commisurata alle reali disponibilità trofiche del territorio.

1.5 SOCIALITA’ E COMUNICAZIONE

Il lupo è una specie territoriale, dal comportamento sociale complesso e per certi versi ancora poco conosciuto. I lupi sono tipicamente organizzati in unità sociali stabili (i.e., branchi), costituiti da un numero variabile di individui che svolgono in modo integrato e coordinato tutta una serie di funzioni di vitale importanza, quali la caccia, la difesa di un territorio esclusivo e l’allevamento della prole (Mech, 1970).
Mech (1970) individua quattro fattori principali che determinano le dimensioni del branco:

  • Il numero minimo di individui per localizzare e uccidere una preda in modo efficiente;
  • Il numero massimo di lupi che si può sfamare con essa;
  • Il numero di individui nel branco con cui ogni lupo può stabilire legami sociali;
  • Il grado di competizione sociale che ogni individuo può sopportare.

Inoltre la dimensione del branco è correlata positivamente con la densità delle popolazioni-preda.
Branchi di considerevoli dimensioni (il numero più alto osservato in natura è 36: Rausch, 1967) sono tipici di ambienti in cui prede di grosse dimensioni sono il costituente principale della dieta, mentre aggregazioni di dimensioni inferiori (4-7 individui) si dedicano tipicamente alla caccia di prede di dimensioni relativamente più ridotte. Mech (1999) ha rimesso in discussione la tesi della coppia “alfa”, approfondendo il ruolo dei genitori nell’ordine sociale del branco. Infatti, i suoi studi sui lupi selvatici hanno rivelato che essi vivono in nuclei famigliari: i genitori assieme alla loro prole.
Il branco, di solito, difende un territorio che racchiude una quantità di prede sufficiente alla propria sopravvivenza, che in Nord America varia tra 80 e 2500 kmq. (Fuller, 1989; Ballard et al., 1987). I valori per l’Italia oscillano invece tra 50 e 350 kmq. Dal punto di vista strettamente ecologico, la dimensione del territorio è calibrata sulla disponibilità di prede e quindi la territorialità può essere intesa come un meccanismo particolarmente efficiente per dimensionare la densità di lupi rispetto a quella delle prede.
La coesione del branco si fonda sulla continua interazione sociale tra i suoi vari componenti.
I lupi non hanno un innato senso del rango, ossia non nascono capi o sottomessi. I membri dominanti di solito sono i genitori e la prole li segue come farebbero in qualsiasi altra specie. I genitori, in virtù del loro ruolo, esercitano un controllo più o meno diretto sui loro figli. I genitori guidano il gruppo, cacciano le prede, marcano il territorio, difendono le carcasse e proteggono il gruppo da branchi limitrofi. Una volta che i cuccioli sono cresciuti e hanno raggiunto l’anno di età, i loro genitori generano una seconda cucciolata, composta cioè dai fratelli della prima cucciolata. Di nuovo i genitori guidano la nuova cucciolata assieme alla vecchia, restando i leader del branco. I primogeniti, proprio come i fratelli maggiori in una famiglia umana, controllano i secondogeniti: anche in questo caso non c’è una lotta generale per conquistare una posizione gerarchicamente più vantaggiosa nel branco, che anzi rimane sotto il controllo dei genitori. Alcuni dei fratelli più grandi andranno per proprio conto tra il primo e il secondo anno di età, entrando in dispersione alla ricerca di un compagno e un territorio libero per creare un proprio branco.
In aggiunta agli individui che vivono in branco, esiste sempre una quota di individui solitari e transienti, cioè non occupanti un territorio stabile, che possono rappresentare fino al 20% di una popolazione residente in una certa area geografica (dati relativi al Nord America: Mech, 1977; Bjorge & Gunson, 1983).

Il lupo occupa territori relativamente stabili ed esclusivi (Mech, 1974). Il territorio viene delimitato dal branco e in particolar modo dalla coppia dominante, tramite segnali odorosi, ovvero attraverso la deposizione di escrementi e urina in punti strategici, e/o tramite segnali sonori, ossia ululando (Field, 1979). Grazie alla preminenza dei canali di comunicazione chimica e vocale su quelli visiva, si ritiene che lupi occupanti territori contigui raramente entrino in contatto visivo. I segnali odorosi presentano il vantaggio di essere persistenti nel tempo (i.e., diversi giorni) grazie alla stabilità chimica delle molecole di cui sono composti. La vocalizzazione o ululato, che permette la trasmissione di informazioni a grande distanza, rappresenta uno strumento di comunicazione sia tra individui appartenenti a branchi diversi (e.g., nelle contese territoriali, per affermare il dominio sui rispettivi territori), sia tra individui appartenenti allo stesso branco (e.g, per rinsaldare i legami all’interno del branco, per comunicare durante le fasi della caccia e per stabilire un contatto con i cuccioli quando questi ultimi non sono ancora in grado di seguire gli adulti nella caccia).

L’ululato comprende tre tipologie di suoni base, ossia i suoni armonici, “rumorosi” e misti, per un totale di 11 sottotipi diversi. Ogni tipologia di suono è associata ad una determinata classe d’età e a uno specifico significato sociale. In particolare, i suoni armonici sono associati a contesti amichevoli o di sottomissione, i suoni “rumorosi” a contesti aggressivi o di dominanza e i suoni misti sono invece tipici del periodo neonatale e vengono sostituiti successivamente dai suoni “rumorosi” nel periodo della socializzazione (Schassburger, 1993).

2. IL LUPO E L’UOMO

Tipico dell’uomo è attribuire ad animali capaci di suscitare in lui una qualche suggestione, virtù o vizi che, in realtà, appartengono solo alla nostra specie. Il lupo, avendo da sempre stimolato l’immaginario umano, ricorre frequentemente nella cultura, tradizione e folklore della maggior parte delle civiltà dell’emisfero boreale, suscitando in generale sentimenti contrastanti, cioè di odio e ammirazione. Aldilà di altre caratteristiche del lupo che hanno influenzato la sua considerazione presso l’uomo, l’ululato – il suo tipico mezzo di comunicazione – ha indubbiamente toccato corde profonde dell’emotività umana fin dalla notte dei tempi, costituendo uno dei suoni più impressionanti udibili in natura, affascinante e inquietante allo stesso tempo. Una vocalizzazione lamentosa e per certi versi sinistra che ha accompagnato da tempi immemori la storia e lo sviluppo delle civiltà dell’emisfero settentrionale.

Occorre risalire al Paleolitico (tra 1 e 2 milioni di anni fa) per comprendere l’origine del complesso rapporto tra uomo e lupo, quando l’Eurasia era costituita da tundre e taighe e il clima glaciale faceva fluttuare, con le sue intermittenze, una formidabile fauna di renne, cavalli selvatici, bisonti uro e cervi. In quell’epoca, due cacciatori straordinariamente simili per tecniche e capacità venatorie, l’uomo e il lupo, si spartivano questa ricchezza di prede senza conflitti. Entrambi caratterizzati dall’appartenenza a gruppi sociali strutturati gerarchicamente al loro interno in modo ben definito, ma soprattutto dall’attitudine ad abbattere prede dalla mole più grande della propria, grazie alle potenzialità offerte dalla “caccia sociale”, ossia grazie all’azione concertata e coordinata dei vari membri del gruppo, oltre che alle fini capacità di comunicazione. L’uomo e il lupo, in questo modo, si affermarono da un punto di vista evolutivo, in ambito boreale, come predatori di primo piano, in seguito alla sparizione da questo scenario dei grandi felini.

Tutto sembra indicare che, fino a quando l’uomo non iniziò a dedicarsi alla pastorizia, esso condivise con il lupo i propri territori senza entrare in competizione diretta. Infatti, gli equivalenti moderni e contemporanei dei cacciatori nomadi paleolitici, ovvero gli Indiani nord-americani e gli eschimesi, non odiano il lupo ma, al contrario, gli attribuiscono tutte le virtù del perfetto cacciatore, spesso venerandolo addirittura come divinità positiva. Fra i pellerossa era infatti comune che i guerrieri più audaci, nonché i migliori cacciatori portassero il nome di questo animale (Lupo Rosso, Lupo Grigio, etc.). Gli eschimesi, d’altra parte, considerano il lupo una divinità positiva, Amorak, identificata nella luce solare. I mongoli, invece, identificavano in questo animale il mitico progenitore di Gengis Khan. Questi fatti testimoniano chiaramente l’ammirazione che l’uomo cacciatore provava e prova tutt’oggi per la resistenza, la forza, l’intelligenza, la tenacia e il coraggio del lupo.

Si ritiene che il lupo sia entrato in conflitto diretto con l’uomo – e da quel momento sia divenuto così un proscritto da combattere e annientare – allorché questi si dedicò alla pastorizia. Infatti il lupo, predatore altamente adattabile, generalista e opportunista, ebbe ben presto modo di sperimentare e apprezzare i vantaggi derivanti dalla predazione sugli animali domestici che, avendo perso la capacità di difendersi dai predatori nel corso del processo di domesticazione, rappresentavano e rappresentano tutt’oggi una preda allettante e facile rispetto ai loro progenitori selvatici. Da quei tempi, l’inclinazione dei lupi ad approfittare di questa relativamente facile fonte di nutrimento – con frequenze estremamente variabili a livello locale a seconda delle caratteristiche ambientali e delle contingenze stagionali (e.g., scarsità di ungulati selvatici) – ha influenzato pesantemente il suo rapporto con l’uomo. Un altro conflitto irrisolto, completamente sovrapponibile a quello tra uomo e lupo, è quello che vede un altro canide, il coyote (Canis latrans), come protagonista, in qualità di saccheggiatore di greggi, nel settore occidentale degli USA. La tentazione dei coyotes a effettuare “prelievi” sistematici dai greggi di certe zone è stata suggestivamente stigmatizzata come equivalente alla situazione di un bambino che si ritrovi, senza il controllo dei genitori, in un negozio di caramelle (Sacks, 1996).

Per molti secoli, gran parte della popolazione umana dell’Europa settentrionale fu costituita da pastori nomadi. A quel tempo, i pascoli disponibili erano scarsi rispetto alla copertura forestale e il clima di molte di queste regioni europee obbligava i pastori a lunghi e continui trasferimenti. La densità della popolazione umana era relativamente bassa e le distanze da coprire così ampie che era impossibile, per questi pastori, conoscere in dettaglio i territori che via via frequentavano, nonché di avere a disposizione strutture atte al ricovero notturno delle bestie. Questo fatto, in aggiunta alle difficoltà da parte dei cani da pastore di poter svolgere il loro ruolo in tragitti così lunghi e attraverso luoghi così diversi, spinse questi pastori a combattere sistematicamente i lupi attraverso intense campagne di eradicazione della specie (Mc Namee, 1997).

Nell’Europa meridionale, invece, dal clima più mite e quindi più ospitale, la pastorizia si sviluppò fin dall’inizio come attività stanziale. Il bestiame veniva cioè allevato, durante il corso di tutto l’anno, su pascoli relativamente circoscritti, e gli spostamenti stagionali venivano effettuati, fino a non poco tempo fa, lungo tragitti tradizionali (i.e., transumanze), di minor scala spaziale rispetto a quelli intrapresi dai pastori erranti del Nord Europa. Inoltre, differenza significativa, i pastori stanziali utilizzavano ricoveri per le greggi. Questi pastori hanno quindi vissuto per secoli in fattorie e villaggi adiacenti ai pascoli, in rapporto di vicinanza con territori accidentati e riccamente forestati abitati dai lupi. I greggi venivano mantenuti anno dopo anno sugli stessi pascoli, estivi ed invernali, cosa che permetteva al pastore di sviluppare una intima conoscenza del territorio che frequentava. Questo costituiva certamente un notevole vantaggio nel contrastare efficacemente i potenziali pericoli dovuti alla presenza dei lupi, in quanto il pastore sapeva perfettamente quanti branchi vivevano nei paraggi, e le loro abitudini nel corso delle stagioni. Il pastore aveva così la possibilità di mettere in atto le contromisure del caso, semplici ma efficienti, tramandate di generazione in generazione, come l’uso di cani da pastore appositamente selezionati ed addestrati all’uopo (e.g., il mastino abruzzese), la sorveglianza ed il ricovero notturno del bestiame in determinate condizioni etc. In altre parole si creò un rapporto di convivenza più o meno pacifico tra il predatore lupo e l’ex-predatore uomo, basato sulla reciproca conoscenza e rispetto (Mc Namee, 1997). D’altra parte anche il rapporto tra queste società pastorali stanziali ed il lupo non è sempre stato pacifico, anzi. I sentimenti contrastanti suscitati dal lupo in questi popoli, si riflettono nel modo in cui l’animale veniva rappresentato nelle loro culture e miti. La figura di una lupa rappresenta nella cultura classica la madre adottiva di Romolo e Remo, i mitologici fratelli fondatori e capostipiti di Roma. Ma è proprio con l’avvento delle religioni monoteistiche, che si accompagnarono alle civiltà pastorali stanziali, che il lupo venne rappresentato quale simbolo di malvagità, crudeltà e perfino eretismo. Sebbene momentaneamente riabilitato da San Francesco d’Assisi nel XIII sec., il lupo continua ad essere tuttora associato, nelle leggende, nei detti popolari e nelle tradizioni degli ambienti rurali, a qualità essenzialmente negative.

Si crede, dunque, che questo differente modo di rapportarsi al lupo da parte dei pastori nomadi settentrionali e da parte di quelli stanziali meridionali, abbia determinato l’areale di distribuzione di questo predatore/competitore dell’uomo nell’Europa dei tempi storici. Ossia: praticamente sterminato nell’Europa nord-occidentale, il lupo continuava a sopravvivere nelle sterminate regioni dell’Europa nord-orientale – fino alle propaggini più estreme della Siberia – grazie alle basse densità umane (che implicavano una bassa pressione persecutoria) e nell’Europa meridionale, in un equilibrio sofferto ma complessivamente stabile con le popolazioni rurali.

La persecuzione del lupo si è però acuita in Occidente nel corso del ‘900, in particolar modo dopo il secondo conflitto mondiale, parallelamente al progressivo e inarrestabile incremento demografico delle popolazioni umane, imponendo al lupo un’ulteriore, drastica riduzione del suo areale di distribuzione. Durante questi due secoli, sono stati usati allo scopo i mezzi più disparati, dai bocconi avvelenati, alle tagliole, alla distruzione sistematica delle tane, alle aquile reali addestrate all’uopo dai Kirghisi, fino alla recente caccia da velivoli. Lo sterminio del lupo è stato particolarmente efficiente e sistematico negli Stati Uniti, dove il canide venne praticamente eradicato da 48/49 dei 50 stati contigui, già nella prima metà del secolo. Nel quadro sopra esposto non meraviglia, quindi, che il lupo sia persistito in densità naturali solo nei territori più inospitali e freddi – e per questo meno ambiti dall’uomo – dell’emisfero boreale, ovvero nelle regioni dell’estremo nord, in Canada, Alaska e Russia.

3. IL LUPO IN ITALIA

Il lupo presente in Italia, ritenuto in passato da alcuni ricercatori una sottospecie del lupo europeo (Canis lupus italicus Altobello, 1921), viene attualmente ritenuto un ecotipo di questo (C. lupus lupus), dalle cui popolazioni è rimasto isolato per oltre un secolo. Tuttavia, il lupo presente in Italia, detto anche
“Lupo appenninico”, rivela caratteristiche genetiche riconoscibili e peculiari (un aplotipo unico e specifico, denominato W14), non rinvenibili in individui di altre popolazioni, sia eurasiatiche che nordamericane (Randi, 1996). Il peso di un individuo maschio adulto oscilla approssimativamente tra i 24 ed i 40 kg (le femmine pesano circa il 10% in meno), mentre la lunghezza dalla punta del muso alla coda è compresa tra i 100 ed i 140 cm. Il colore del mantello varia notevolmente dal fulvo al grigio. Inoltre sono presenti individui neri, ma la loro origine è stata a lungo dibattuta, poiché non ne sono mai stati segnalati nel resto d’Europa. Si era inizialmente ipotizzato derivassero da incroci tra cani e lupi (Boitani, 1992), secondo altri autori si ritiene che rappresentino un fenotipo naturale (Apollonio et al., 2004), mentre gli studi più recenti condotti su popolazioni italiane e nordamericane indicano che la pelliccia nera dei lupi dipende dal gene beta-defensina, arrivato nel Dna dei lupi durante le migrazioni di 10-15 mila anni fa, con l’incrocio con i cani addomesticati dall’uomo (Barsh et al., 2009). La frequenza di lupi neri all’interno della popolazione si attesta intorno al 20%.
In Italia il branco tende a coincidere con il nucleo familiare, ed è generalmente costituito da una coppia dominante riproduttiva, dai giovani subadulti che permangono con i genitori fino alla prima o seconda stagione invernale successiva alla loro nascita, e dai cuccioli dell’anno. I subadulti, raggiunta la maturità sessuale, lasciano il territorio del branco in cerca di nuovi territori da colonizzare, ed è proprio in questa fase che sono particolarmente vulnerabili e soggetti al bracconaggio o a mortalità per cause antropiche.

Presente fino dall’inizio del secolo in tutta Italia – Sardegna e altre isole minori escluse – il lupo è scomparso dalle Alpi intorno agli anni ’20 (Brunetti, 1984), e dalla Sicilia intorno agli anni ’40. Tra le cause che ne hanno determinato la rarefazione, culminata a cavallo degli anni ‘70, sono da menzionare la caccia (legale fino al 1971), il progressivo scarseggiare di prede, e la crisi della zootecnia montana (Apollonio, 1996; Francisci & Mattioli, 1996) Non esiste concordanza completa sui dati relativi alla distribuzione e alla consistenza della popolazione italiana di lupo per quel periodo: alla luce delle recenti acquisizioni della genetica, in particolare sul DNA mitocondriale (Randi et al., 1995), e con la raccolta di tutte le segnalazioni di ritrovamento di lupi uccisi in quegli anni (Francisci & Guberti, 1996), sembra verosimile l’ipotesi secondo la quale il lupo intorno agli anni ’70 abbia toccato un minimo storico di circa 200-300 individui, persistenti in popolazioni solo in parte isolate tra loro e relegate nelle zone più impervie ed inaccessibili dell’Appennino, dalla Calabria fino all’Appennino tosco-romagnolo.

A partire dalla metà degli anni ‘70, le popolazioni di lupo hanno progressivamente ma costantemente recuperato l’areale perduto, grazie al ripopolamento progressivo delle montagne da parte degli ungulati selvatici (avvenuto grazie alla protezione degli habitat naturali, ma anche in seguito a programmi di ripopolamento operati dal Corpo Forestale dello Stato, Amministrazioni locali e dalle Associazioni venatorie), al graduale abbandono delle aree montane e rurali da parte dell’uomo, alla cessazione dei programmi di persecuzione legalizzata su larga scala (come risultato di una serie di misure conservazionistiche quali la protezione legale della specie, dal 1971, ed il rimborso dei danni all’allevamento) (Apollonio, 1996; Francisci & Mattioli, 1996; Ciucci & Boitani, 1998).

Non esistendo dati certi, la consistenza attuale del lupo in Italia è controbattuta e oggetto di continui dibattiti: le proiezioni/estrapolazioni popolazionali più recenti oscillano intorno ai 1500-1800 individui. La sua distribuzione interessa l’intera catena appenninica, dall’Aspromonte fino alle Alpi Marittime, oltre che diverse zone collinari dell’Italia centrale e centro-settentrionale, comprese aree costiere, come il promontorio dell’Uccellina in Toscana. Per quanto riguarda l’arco alpino si è assistito a partire dai primi anni ’90 alla ricolonizzazione da est verso ovest. Nel 2013 c’è stato il primo caso documentato di riproduzione di una lupa di provenienza appenninica con un lupo di provenienza slovena, sui monti Lessini, a cavallo tra la provincia di Trento e Verona.
Gruppi di lupi sono ormai stabili nel Parco Nazionale del Mercantour (Francia), nelle Alpi marittime e nelle Alpi occidentali. Sempre più spesso si documentano casi di insediamento di gruppi di lupi nei pressi di abitati e città, come è avvenuto ad esempio a Arezzo, Forlì, Firenze. Questo comporta dei conflitti di difficile soluzione con le attività antropiche.
Nonostante le iniziative conservazioniste in campo legale a favore del lupo, la persecuzione diretta da parte dell’uomo costituisce ancora oggi il principale fattore di mortalità del lupo in Italia. Ogni anno vengono rinvenuti in Italia circa 60 lupi uccisi dall’uomo (Francisci & Mattioli, 1996), di solito tramite veleno o arma da fuoco. Negligenza e difficoltà oggettive nell’applicazione delle leggi, che si sommano alla tensione derivante dai conflitti di natura economica (quasi sempre amplificati da retaggi culturali e pregiudizi negativi nei confronti della specie), sono tra i motivi principali del persistente livello di persecuzione. Le possibilità di protezione di un carnivoro di grossa taglia, quale è il lupo, in una nazione con elevata densità di abitanti come l’Italia, si configura in futuro come una sfida difficile e impegnativa, che dovrà in primo luogo realizzare un equo compromesso tra le istanze conservazioniste e le attività economiche.

4. PROTEZIONE LEGALE DEL LUPO

Il lupo è inserito, in qualità di specie “vulnerabile”, nella cosiddetta Lista Rossa redatta dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), che elenca tutte le specie in qualche modo in pericolo. Diverse iniziative politiche e legali hanno contribuito a favorire il recupero delle popolazioni di lupo sia a livello comunitario, che a livello nazionale:

A livello comunitario:

Convenzione di Berna (legge 503 del 05/08/81): invita gli stati contraenti a proteggere la specie Canis lupus ed il suo habitat;

C.I.T.E.S., Convention on International Trade in Endargered Specie, (legge 874 del 19/12/75): regolamenta la commercializzazione e detenzione delle specie selvatiche;

Risoluzione 17/02/89 del Parlamento d’Europa: dispone fondi finalizzati a programmi di protezione dedicati a specie minacciate o a rischio di estinzione;

Direttiva comunitaria Habitat (43/92): promuove la protezione degli habitat naturali di interesse comunitario.

A livello nazionale e regionale:

L.N.281/91: normativa sul randagismo canino;
L.N.394/91: legge sulle aree protette, regola anche i rimborsi alla zootecnia all’interno delle aree protette.
L.N.157/92: legge quadro sulla protezione della fauna e la regolamentazione del prelievo venatorio;
D.M. 19/04/96: inserisce il lupo tra le specie di cui è vietata la detenzione.
D.P.R. 357/97: recepimento direttiva Habitat

Dal 1971, prima con Decreto Ministeriale, poi attraverso la normativa in materia di attività venatoria, il lupo è protetto in Italia. Attualmente l’uccisione di un lupo viene punita con l’arresto da due ad 8 mesi o una ammenda da 1,5 a 4 milioni. Nonostante il rinvenimento di oltre 150 lupi uccisi deliberatamente dall’uomo negli ultimi venti anni, una sola condanna è stata inferta per tale reato.

Dal 1974, dopo l’esempio della Regione Abruzzo, numerose regioni (Toscana, Emilia Romagna, Liguria, Umbria, Marche, Lazio, Molise, Campania, Basilicata, ed altre) si sono dotate di specifici mezzi legali finalizzati all’indennizzo dei danni da predatore.