Un curioso articolo del 1920 -
Inviato: 27 nov 2010, 19:59
Questo articolo è stato pubblicato in "L'Abruzzo", Anno I, n. 5, maggio 1920
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L’unica Regione d'Italia in cui esista ancora l’orso bruno è l’Abruzzo Aquilano, e precisamente il gruppo di montagne comprese tra la Valle del Liri, la Marsica, il lago di Scanno, la pianura di Castel di Sangro e la provincia di Caserta.
Sono ben note agli abruzzesi dell’Aquilano le numerose ed emozionanti cacce che si sono sempre organizzate specialmente a Pescasseroli, a Villavallelonga, a Civitella e ad Alfedena. A qualche forestiero è spuntato talvolta un sorriso di incredulità alla notizia; ma i campioni viventi esistenti al Giardino Zoologico di Roma, provenienti da quelle montagne, oppure la testimonianza di persone, degne di fede, lo convincevano poi subito che in Abruzzo veramente vive ancora l'ursus spaeleus nelle grotte delle più alte vette dell'Appennino, specialmente nella zona tra le sorgenti del Liri ed il corso dell’alto Sangro.
Più di un cacciatore romano partì in spedizione per l’Abruzzo e vide, o addirittura, ammazzò la belva.
Senza parlare del Comm. Montani, dei Visocchi, né di tanti altri, che pure ebbero il piacere di tirare all’orso, ricorderò solo che negli ultimi anni si trattennero parecchi giorni a Villavallelonga il Principe Altieri e il Marchese Giuseppe Patrizi, accompagnati dal celebre cacciatore di cinghiali Sig. Vincenzo Graziani: e quest’ultimo uccise un magnifico orso sul confine di Pescasseroli, uccise un altro orso di notte alla posta, attendendo che il ghiotto animale scendesse a far banchetto in un campo di granturco vicino all’abitato di Villa, ed un terzo ne ferì, che fu poi ritrovato dai pastori morto a molti chilometri di distanza, parecchi giorni dopo.
I tre cacciatori, che riportarono a Roma l’eco del loro entusiasmo ed i trofei delle pelli dal lungo e lucido pelo, erano accompagnati nelle loro partite da un vecchio cacciatore di Gioia dei Marsi, perito poi miseramente nel terremoto del 1915, e che nella sua lunga vita aveva abbattuti numerosi orsi nei boschi di Gioia e di Lecce ne’ Marsi.
Del resto i trofei di caccia, tra i quali abbondano le pelli di orsi, che i visitatori trovano da tanti anni nelle case più antiche della Valle dell’Alto Sangro, come quella dell’On. Sipari a Pescasseroli, quella del Cav. Graziani e dei Dorothea a Villetta, quella dei Signori Tarola a Civitella, dei Di Loreto a Barrea e del Senatore De Amicis ad Alfedena, sono le prove inconfutabili che l'orso in Abruzzo ci fu, c’è e.... ci resterà ancora ottimamente, specie se una legge di protezione vivamente invocata, verrà a salvaguardarlo contro l’accanimento dei cacciatori del luogo.
Sicché anche a Roma oggi è sfatata una piacevole leggenda che voleva far credere che di orsi in Abruzzo non ci fosse rimasto altri che I’ottimo On. Mansueto De Amicis.
E fu proprio la caccia data nel 1900 in onore di Vittorio Emanuele III, allora Principe di Napoli, per invito dell’On. De Amicis e dei Signori Sipari, che provocò la diceria che l’orso non ci fosse: perché il Principe allora poté tirare solo ai camosci, ma non si riuscì a far passare per la posta, alla quale egli era stato collocato, nessun orso; mentre purtroppo due ne furono scovati, ma retrocedettero passando attraverso la catena dei battitori, cioè degli uomini incaricati di dare la battuta, e che, male armati e a distanza di cinquanta metri uno dall’altro, non possono mai riuscire con certezza a far argine efficace alla belva in corsa.
Quella volta si racconta che a quattrocento giungesse il numero degli scaccini organizzati dalla munificenza del compianto Comm. Carmelo Sipari; ma I’estensione data alla battuta non fu secondata da esito fortunato.
La verità è che la caccia all’orso riesce più proficua se fatta in pochi cacciatori, in sordina, senza mettere a soqquadro le montagne, ma cercando di giungere all’improvviso presso la belva, in modo che essa non abbia il tempo di orientarsi sulla parte dalla quale viene il pericolo.
Infatti i sensi dell’orso sono raffinatissimi, ed esso non solo percepisce i più lontani rumori della foresta e l’odore del sigaro o della pipa, ma sembra accertato che senta l’odore dell’uomo, tanto che è regola locale del cacciatore di mantenersi sotto vento. E ciò è riprovato dal fatto che le cacce grandiose fatte a Pescasseroli anche in altre occasioni, per esempio in onore di S.E. Visocchi, con sfoggio di armati e di battitori, dettero sempre esito poco felice.
Al contrario le piccole spedizioni di pochi cacciatori sono spesso ritornate con la preda.
A Villavallelonga usano specialmente la caccia alla posta nei campi di granturco: nelle serate di luna pochi cacciatori si appostano nei fossi di qualche campo già precedentemente devastato dalla bestia, e quando questa, che è tanto avida di mais, scende dalla montagna a divorare le pannocchie, la salutano con una scarica di fucileria, che spesso fa rimanere a terra I’animale.
Usano anche a Villavallelonga ed a Pescasseroli di fare delle piccole battute con qualche cacciatore ed anche con qualche cane da caccia o mastino, mentre altri cacciatori hanno in precedenza occupato i valichi più importanti.
Contrariamente a quanto si potrebbe credere, l’orso, quando è inseguito dai cani o è ferito dai cacciatori, fugge per la montagna con la velocità di un cavallo al galoppo. Non c’è difficoltà alcuna per esso: si butta fra i cespugli, salta da massi di parecchi metri di altezza, attraversa anelante scogliere di difficile accesso e si ficca nei roveti più intricati, pur di sfuggire all’inseguimento.
La corsa di parecchi chilometri ha fine per lo più in qualche remota boscaglia o in qualche scogliera delle alte cime, dove esso ritrova la via di caverne e di anfrattuosità per lo più ignorate ai cacciatori e solo a lui ben note.
Non passa anno senza che qualche cacciatore scopra, nelle vicende dell’inseguimento della belva ferita, qualche nuovo rifugio fino allora sconosciuto.
Al di là delle vette delle montagne di Pescasseroli a picco sul paese di Campoli Appennino, esiste un misterioso intrico di sterpi e di spini, di roveti e di massi taglienti, alternati con macchie selvagge; quell’asilo sicuro è denominato localmente le scatafòsce di Càmpoli.
Qui si arrestono per lo più gli inseguitori, impossibilitati ad aprirsi la via, se non con l’accetta e con grave pericolo di qualche brutta sorpresa. Gli animosi seguaci di Nembrot che più di una volta han tentato di penetrare dentro all'intricato groviglio hanno trovato qua e là scheletri di animali, certamente rapiti dagli orsi e dai lupi e trascinati fino a quel ricettacolo, ove probabilmente si annida la maggior parte di essi; e non hanno avuta la possibilità di proseguire oltre, tanta era la difficoltà di procedere fra le scogliere ed i rovi.
L’orso è onnivoro; si ciba prevalentemente di bacche, e specialmente di fagiole e delle così dette ceraselle, specie di corbezzoli rossi che abbondano in quelle montagne sui folti cespugli.
All’epoca delle ceraselle, cioè nel mese di settembre, gli orsi si spostano nelle regioni che ne sono ricche, ed ai piedi dei cespugli si trovano più frequenti le tracce del copioso pasto fatto nella notte.
Se però I' orso riesce una volta ad assaggiare la carne, allora ci prende gusto e diventa carnivoro, e si reca furtivamente presso le mandrie delle pecore, tentando di eludere la sorveglianza dei bravi cani da pastore per rapirne una e portarla in luogo sicuro.
Da allora I’orso si dà anche alla caccia dei cavalli e delle vacche, che pascolano nelle montagne; ma mentre non riesce a sorprendere i primi, che si sottraggono con una pazza fuga, raggiunge talvolta le vitelle, che uccide, ma che non riesce a portar troppo lontano come le pecore. Ne mangia allora una parte e torna la notte successiva intorno alla carogna.
Di questo approfittano i cacciatori per fare la posta di notte.
Appostati sotto vento, osservando il più scrupoloso silenzio, non movendo ciglio e astenendosi dal fumo, pochi cacciatori attendono pazientemente per ore e ore sotto la sferza della brezza notturna: alle volte vengono primi i cani da pastore, i quali fuggono se sopravviene il lupo: gli uni e gli altri però cedono il posto se si sente arrivare l’orso.
La posta di notte è la più emozionante delle cacce. Con un ginocchio a terra sulla coperta buttata sull’erba rugiadosa, col ferraiolo avvolto sulle spalle, col fucile in posizione di sparo, il cacciatore aguzza gli occhi e scruta nel buio, e tende l’orecchio ai più impercettibili rumori del bosco e della montagna. Ode le voci amiche delle campanelle delle vacche e dei cavalli che passano la notte al pascolo brado sotto la volta stellata del cielo, o il rintocco delle ore scandito dal lontano campanile del villaggio, o sente il respiro o qualche soffocato colpo di tosse del compagno di destra o di sinistra, che ad una cinquantina di metri da lui vigila anch’egli nell’alto silenzio della notte.
Ma poi sussulta ai rumori sospetti, che gli dànno a volte l’impressione che sia giunto finalmente al termine della dura, immobile vigilia: e invece è la martora che passa fuggendo, o è il tasso che va a caccia, o è lo scoiattolo che salta sugli alberi, o è addirittura la donnoletta gentile. Eppure ad ogni stormir di foglie, ad ogni sussurro, i suoi nervi tesi scattano, e la mano stringe forte il fucile, sperando arrivato il momento desiderato, di aggiustare il colpo, di tirare, di veder ruzzolare a terra la massa bruna dell’atteso all’agguato.
Ma spesso il cielo incomincia a imbiancare, viene l’alba, sorge trionfante il sole indorando le cime maestose delle catene dei monti prospicienti, e la visita attesa ancora non si è verificata.
E allora il cacciatore si scuote, chiama a raccolta i compagni per la parca colezione; e poi con rinnovata lena la comitiva si dà ad un vero giro di perquisizione nelle montagne attigue, circondando con circospezione a volta a volta tutte le caverne, le buche, le balze, le tane più conosciute, prima che uno della compagnia vi si addentri per scovarne eventualmente gli abitatori: quelle caverne, quelle buche, quelle balze, quelle tane, tante volte visitate invano e alle quali pur sempre si torna, perché ognuna di esse rievoca un episodio di caccia, ben noto a tutti i cercatori di orsi di quelle silenti altitudini.
Ecco la conca della Rocca, folta di ceraselle dove si trovano le tracce irrefutabili che qualche orso ne ha mangiato qui, appena ieri o l’altro ieri, e dove più di sei orsi sono stati uccisi nell’ultimo decennio. Ecco le cantonère dei Campitelli (a circa 2000 metri sul mare) dove c’è un giaciglio di foglie e di sterpi quasi ancora caldo, segno che l’orso se l’è svignata all’avvicinarsi dei cacciatori, e dove tanti emozionanti episodi sono avvenuti. Ecco la buca da cui, appena l’orso cacciò la testa, Tizio lo freddò con una palla sopra l'occhio. Ecco il balzo Travagliuso celebre negli annali delle cacce. Ecco appresso la posta del Principe dove ammazzammo quell’orsa nel 1906. E più in là il balzo del Caprio, vero promontorio di roccia nuda, che s'avanza bianco, scheletrico, sulle chiome del bosco sottostante: il balzo del Caprio, ricco di tane le più frequentate, dove diecine di orsi sono stati abbattuti, anche nel sonno, e diecine feriti: il balzo del Caprio, ove nel 1864 il veterano dei cacciatori di Pescasseroli si raccomandò l’anima a Dio, credendo giunta l’ultima sua ora, perché I’acciarino del fucile a pietra focaia non voleva comunicar la scintilla alla polvere, mentre un’orsa figliata gli si era all’improvviso alzata dinanzi in piedi e procedeva terribile, con le granfie protese, contro di lui, che non poteva più arretrare perché, aveva un abisso di ottanta metri alle spalle.
E così di vetta in vetta, di cocuzzoIo in cocuzzolo, spinta dal desiderio di tornare vincitrice dalla lotta contro l’ignoto, sempre con la rinnovata speranza di trovare nella tana successiva, piena la mente dei ricordi cinegetici del passato, la comitiva dei perquisitori va, s’inerpica, si concede un breve riposo, riprende metodicamente il cammino, senza darsi per intesa che il sole già declina, e che bisogna pur pensare al ritorno.
Ché se poi si ha la ventura di trovare e di tirare allora ogni stanchezza è passata per incanto. E se l’orso viene soltanto ferito e fugge, allora incomincia una rincorsa folle all’inseguimento della bestia, sulla scorta delle tracce del sangue, con l’idea di rinvenirlo ad ogni momento accosciato dietro una roccia, cacciato dentro un roveto, rintanato in qualche crepaccio. Allora si percorrono chilometri di montagna in qualche ora e spesso la comitiva non torna neppure a casa la seconda notte, per non abbandonare l’inseguimento e ricominciarlo all’alba successiva.
L’ardore della caccia è acuito dal ricordo della collezione di aneddoti, tutti autentici, e che ogni montanaro conosce.
Fu all’insellatura del Balzo del Caprio che il celebre Francesco Neri, soprannominato Passalacqua e che morì pochi anni fa con una trentina di orsi sulla coscienza, aveva trovato un cinquanta anni or sono ben tre orsi che pascolavano placidamente e di cui due si lasciarono freddare dalla giusta mira dei cacciatori.
Alla forcella Salèra alcuni vecchi cacciatori del paese avevano visto di lontano salire cinque orsi in fila, lungo la strada mulattiera, uno dietro l’altro, e così grossi che a tutta prima li avevano scambiati per somari!
Vicino Villavallelonga il guardiano Tommaso Tantalo con altri amici ferì con tre palle un orso, che per trovare nella frescura dell’acqua un sollievo al bruciore delle ferite andò a buttarsi dentro un pilone di un abbeveratoio, ove fu finito dagli inseguitori.
Alla piccola Rocca un orso si beccò venti fucilate e dodici palle nel corpo da Passalacqua e dai fratelli Sipari, sfuggendo tuttavia all’inseguimento durato tre ore, e andando a morire in una remota caverna di Campoli Appennino, ove fu scoperto putrefatto una settimana dopo.
Alla sella dei Tre Confini il pastore Cugno, che era privo di accetta e di altre armi, fu aggredito da un orso ferito, che se lo mise sotto e lo stava già massacrando se non fosse giunto il cane fedele del pastore, che con un morso alla parte più delicata della belva ne attirò l’ira su di sé, dando tempo di sopraggiungere ad un cacciatore che ammazzò la bestia inferocita. E Cugno ne ebbe per un mese di letto, e anche negli ultimi anni mostrava ai forestieri le cicatrici che aveva al viso e alle mani. E fortuna per lui che ebbe la presenza di spirito di buttarsi col dorso per terra e di piantare le grosse scarpe contro la pancia dell’orso, perché se questi arrivava a stringerlo tra le sue braccia gli avrebbe fracassato ben bene le costole!
Certamente l’orso sfugge l’uomo tutte le volte che gli vien fatta; ma se è ferito, o se ha i piccoli appresso, si avventa sul cacciatore.
Solo un orso era così perverso che accorreva dove sentiva la voce umana ed aggrediva i poveri viandanti. Era divenuto lo spavento della regione, tanto più che non si riusciva mai ad ucciderlo. Emigrò poi nelle montagne di Alfedena, i cui cacciatori, organizzate regolari e sistematiche cacciate, riuscirono finalmente ad abbatterlo.
Ma in genere l’orso, ripeto, pensa agli affari suoi: e se molti uomini e donne, che erano andati a far la legna nel bosco, lo hanno incontrato da vicino o da lontano, ne hanno riportato solo dello spavento, e qualche donna è rimasta anche muta per alcun tempo; ma non sono mai stati attaccati.
E neanche è strettamente esatto che l’orsa non abbandoni mai gli orsacchiotti: nel 1914 una comitiva messa su dall’On. Sipari, ferì un’orsa che era seguita da due orsetti dell’età di tre mesi, ed essa si rifugiò in un cunicolo che aveva due uscite, di cui una ignorata; ad un colpo tirato nel cunicolo l’orsa fuggì ruggendo dall’uscita nascosta, saltando per tre metri in lunghezza al di sopra di un crepaccio che i piccoli non potevano superare, sicché essi furono abbandonati alla loro sorte dalla madre, ed irruppero dall’uscita ov’erano appostati i cacciatori.
A differenza dei cervi, dei caprioli, dei cinghiali e dei lupi, l’orso non teme le telelle, cordicelle tese tra gli alberi con bandierine di tela di diversi colori per spaventare la selvaggina e farla convergere verso gli appostamenti. Le provammo nei boschi di Pescasseroli nel 1908 col Comandante delle Cacce Reali; ma l’orso prima si fermò un istante a riflettere, e poi saltò bravamente l’ostacolo multicolore. Peccato che allora non si poteva tirare, perché c’era ancora la Riserva Reale; ma ci mordevamo le dita per l’inazione cui eravamo condannati in sì bella occasione.
La presenza di una carogna di cavallo o di bue, precipitato da qualche balza, o di qualche vitella ammazzata dagli orsi o bramata dai lupi, è l’indice più sicuro della zona di montagna in cui è più probabile trovare l’orso. Più di una volta si è ammazzato l’orso dai cacciatori, sorprendendolo, quasi ancora addormentato dopo l’abbondante pasto della notte, in una delle balze nelle vicinanze della carogna. Aggravato dalla pesante digestione, non si allontana di molto, attendendo le tenebre per tornare a divorare il resto della sua vittima. E intornoad essa le tracce lasciate dai cani da pastore, dalle volpi, dai lupi e dagli orsi sono evidentissime.
È facile distinguere se un animale vaccino sia stato ammazzato dal lupo o dall’orso: il lupo lo sbrana alla gola, l’orso invece tira una zampata sulla nuca, configgendo le cinque unghie e poi stringendo e torcendo la colonna vertebrale, sicché sulla pelle dell’animale non si riscontrano che soli cinque piccoli buchi, mentre poi, se si scuoia, si trova sotto la pelle tutta la vertebra frantumata: e ciò dà la misura della forza prodigiosa dell’orso.
I muscoli di esso infatti sono enormemente sviluppati e solo esaminando il cadavere di un orso scuoiato si può comprendere come mai tanta mole di belva possa avere l’agilità di correre per le più impervie balze con la velocità di un cane.
Alle volte la caccia alla posta si prepara artificialmente col condurre sul posto del sacrificio un asino decrepito o un mulo malato, al quale si tira il colpo di grazia per lasciarlo in pasto alle belve, e farci la posta di notte.
Ma per attirare l’orso si ricorre anche al miele, al granturco e ad altri cibi. Quando Vittorio Emanuele II, il quale era un autentico cacciatore di razza, voleva recarsi in Abruzzo per la caccia all’orso, si era dai Cacciatori Reali abituata una rispettabile orsa a venire tutte le notti alla Forca dei Tre Confini, depositando essi tutti i giorni sopra una roccia del miele e del granturco, che la belva veniva puntualmente a mangiare ogni notte. Si attendeva solo il plenilunio per far venire da Roma Sua Maestà, quando lo scoppio della guerra di Crimea fece rimandare la gita.
Era quella un’epoca eccezionale per Pescasseroli: palazzo Sipari era diventato la sede per parecchi anni dei Cacciatori Reali, i quali venivano a studiare i luoghi e a preparare le battute o le altre forme di caccia.
Ma era destino che Vittorio Emanuele II non dovesse mai andare a Pescasseroli.. Ed infatti una volta per lo scoppio della guerra di Crimea, un’altra volta per una complicazione di gabinetto, una terza volta per una crisi ministeriale, Sua Maestà dovette sempre rimandare la gita in Abruzzo.
L’ultima volta anche era tutto pronto perché il Re potesse avere la soddisfazione di tirare all’orso, quando il Sovrano cadde ammalato per non più risorgere.
Da allora cessò l’animazione data dai Cacciatori Reali all’alpestre paesello, e di essi altra traccia non rimase che splendide razze di cavalli e di cani donati dal Re al Comm. Sipari, ed il ricordo dei simpatici gentiluomini che avevano onorato della loro schietta amicizia i cacciatori e i notabili del paese.
Umberto I non sentiva la passione della caccia grossa, e tolse il divieto di caccia all’orso che era stato decretato in omaggio al Padre suo: nel primo anno che la caccia si riaprì ventisette furono gli orsi uccisi dai cacciatori della vallata dell’alto Sangro.
Nel 1900, come sopra ho detto, andò a Pescasseroli, ospite anche nel palazzo Sipari, Vittorio Emanuele III; ma andò quasi all’improvviso e senza un serio periodo di preparazione, sicché la caccia non riuscì, perché era affidata unicamente al caso.
Però il Re tirò ad un camoscio sulla vetta dell’Obbaco in tenimento di Opi, ove erano convenuti anche i cacciatori di Villetta, Civitella, Barrea e Alfedena, che avevano organizzata una splendida battuta.
E allora, in omaggio a Vittorio Emanuele III, fu istituita di nuovo una Riserva Reale in diciotto Comuni dell’Abruzzo e della provincia di Caserta sulle cui montagne bazzica l’orso.
Il Capo Caccia di Lícola, il simpatico Cav. Giuseppe Santo, andò per parecchi anni sul luogo ed organizzò della cacce a Pescasseroli ed a Villavallelonga, alle quali prese parte anche il Re. Ma poi la Riserva fu abolita da casa Reale ed i cacciatori locali tornarono a stremare i pochi campioni residui.
Per il camoscio, su proposta dell’On. De Amicis, una provvida leggina ne proibì la caccia per proteggere quella speciale razza rupicapra ornata, che è unica al mondo.
Non lo stesso si poté fare per l’orso, a causa della grave spesa che si sarebbe incontrata per risarcire i danni causati alle greggi nel caso che si fosse vietato ai pastori di tirare sugli orsi che assaltano le mandrie.
Su proposta del Prof. Pirotta e col concorso del Prof. Parpagliolo e del Comm. Sarti si pensò allora di istituire un Parco Nazionale in Abruzzo per la conservazione della fauna, della flora e delle bellezze naturali della zona compresa tra Campo di Giove, Roccaraso, Alfedena, Settefrati, Campoli, la Valle del Liri, Trasacco, Pescina e Sulmona, e ricordo che l’On. Sipari e l’On. De Amicis dettero anima ad una proposta di legge che fu esposta dal Gruppo Parlamentare Abruzzese-Molisano, e che non approdò a causa della sopravvenuta guerra europea.
E perciò la caccia all’orso non è proibita e precisamente l’On. Sipari e suo fratello Francesco, con i cacciatori di Pescasseroli, di Villavallelonga, di Villetta e di Civitella Alfedena, continuano ad adornare le loro case con le spoglie degli orsi che riportano dalle sudatye ed emozionanti cacce, a cui si danno anima e corpo.
E mentre il Museo di Berlino possiede un campione dell’orso abruzzese, in nessun museo zoologico d’Italia esso figura, come non figura il camoscio di Opi e di Civitella.
Io so che i suddetti cacciatori sono animati dalle migliori intenzioni e che l’On. Sipari dà ordine costantemente di non tirare sulle femmine e sui piccoli; ma ciò non può impedire che per fatali errori si vada compiendo la distruzione dell’unica razza di orsi che sia rimasta in Italia.
Ad esempio nel 1914, in una caccia diretta dall’On. Sipari, fu ferita un’orsa e furono uccisi due bellissimi orsacchiotti, malgrado gli urli e i comandi in contrario del deputato, che ne fece una malattia.
Non sarebbe ora che si frenasse l’atavica mania venatoria di questi arrabbiati cacciatori di orsi con un provvedimento legislativo?
Noi facciamo voti che i Senatori De Amicis e Croce e gli Onorevoli Sipari, Corradini, Camerini e gli altri Deputati Abruzzesi si facciano di nuovo promotori dell’istituzione del Parco Nazionale in Abruzzo, che tanto bene arrecherebbe ai nostri boschi, ai nostri paeselli, alla nostra regione.
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L’unica Regione d'Italia in cui esista ancora l’orso bruno è l’Abruzzo Aquilano, e precisamente il gruppo di montagne comprese tra la Valle del Liri, la Marsica, il lago di Scanno, la pianura di Castel di Sangro e la provincia di Caserta.
Sono ben note agli abruzzesi dell’Aquilano le numerose ed emozionanti cacce che si sono sempre organizzate specialmente a Pescasseroli, a Villavallelonga, a Civitella e ad Alfedena. A qualche forestiero è spuntato talvolta un sorriso di incredulità alla notizia; ma i campioni viventi esistenti al Giardino Zoologico di Roma, provenienti da quelle montagne, oppure la testimonianza di persone, degne di fede, lo convincevano poi subito che in Abruzzo veramente vive ancora l'ursus spaeleus nelle grotte delle più alte vette dell'Appennino, specialmente nella zona tra le sorgenti del Liri ed il corso dell’alto Sangro.
Più di un cacciatore romano partì in spedizione per l’Abruzzo e vide, o addirittura, ammazzò la belva.
Senza parlare del Comm. Montani, dei Visocchi, né di tanti altri, che pure ebbero il piacere di tirare all’orso, ricorderò solo che negli ultimi anni si trattennero parecchi giorni a Villavallelonga il Principe Altieri e il Marchese Giuseppe Patrizi, accompagnati dal celebre cacciatore di cinghiali Sig. Vincenzo Graziani: e quest’ultimo uccise un magnifico orso sul confine di Pescasseroli, uccise un altro orso di notte alla posta, attendendo che il ghiotto animale scendesse a far banchetto in un campo di granturco vicino all’abitato di Villa, ed un terzo ne ferì, che fu poi ritrovato dai pastori morto a molti chilometri di distanza, parecchi giorni dopo.
I tre cacciatori, che riportarono a Roma l’eco del loro entusiasmo ed i trofei delle pelli dal lungo e lucido pelo, erano accompagnati nelle loro partite da un vecchio cacciatore di Gioia dei Marsi, perito poi miseramente nel terremoto del 1915, e che nella sua lunga vita aveva abbattuti numerosi orsi nei boschi di Gioia e di Lecce ne’ Marsi.
Del resto i trofei di caccia, tra i quali abbondano le pelli di orsi, che i visitatori trovano da tanti anni nelle case più antiche della Valle dell’Alto Sangro, come quella dell’On. Sipari a Pescasseroli, quella del Cav. Graziani e dei Dorothea a Villetta, quella dei Signori Tarola a Civitella, dei Di Loreto a Barrea e del Senatore De Amicis ad Alfedena, sono le prove inconfutabili che l'orso in Abruzzo ci fu, c’è e.... ci resterà ancora ottimamente, specie se una legge di protezione vivamente invocata, verrà a salvaguardarlo contro l’accanimento dei cacciatori del luogo.
Sicché anche a Roma oggi è sfatata una piacevole leggenda che voleva far credere che di orsi in Abruzzo non ci fosse rimasto altri che I’ottimo On. Mansueto De Amicis.
E fu proprio la caccia data nel 1900 in onore di Vittorio Emanuele III, allora Principe di Napoli, per invito dell’On. De Amicis e dei Signori Sipari, che provocò la diceria che l’orso non ci fosse: perché il Principe allora poté tirare solo ai camosci, ma non si riuscì a far passare per la posta, alla quale egli era stato collocato, nessun orso; mentre purtroppo due ne furono scovati, ma retrocedettero passando attraverso la catena dei battitori, cioè degli uomini incaricati di dare la battuta, e che, male armati e a distanza di cinquanta metri uno dall’altro, non possono mai riuscire con certezza a far argine efficace alla belva in corsa.
Quella volta si racconta che a quattrocento giungesse il numero degli scaccini organizzati dalla munificenza del compianto Comm. Carmelo Sipari; ma I’estensione data alla battuta non fu secondata da esito fortunato.
La verità è che la caccia all’orso riesce più proficua se fatta in pochi cacciatori, in sordina, senza mettere a soqquadro le montagne, ma cercando di giungere all’improvviso presso la belva, in modo che essa non abbia il tempo di orientarsi sulla parte dalla quale viene il pericolo.
Infatti i sensi dell’orso sono raffinatissimi, ed esso non solo percepisce i più lontani rumori della foresta e l’odore del sigaro o della pipa, ma sembra accertato che senta l’odore dell’uomo, tanto che è regola locale del cacciatore di mantenersi sotto vento. E ciò è riprovato dal fatto che le cacce grandiose fatte a Pescasseroli anche in altre occasioni, per esempio in onore di S.E. Visocchi, con sfoggio di armati e di battitori, dettero sempre esito poco felice.
Al contrario le piccole spedizioni di pochi cacciatori sono spesso ritornate con la preda.
A Villavallelonga usano specialmente la caccia alla posta nei campi di granturco: nelle serate di luna pochi cacciatori si appostano nei fossi di qualche campo già precedentemente devastato dalla bestia, e quando questa, che è tanto avida di mais, scende dalla montagna a divorare le pannocchie, la salutano con una scarica di fucileria, che spesso fa rimanere a terra I’animale.
Usano anche a Villavallelonga ed a Pescasseroli di fare delle piccole battute con qualche cacciatore ed anche con qualche cane da caccia o mastino, mentre altri cacciatori hanno in precedenza occupato i valichi più importanti.
Contrariamente a quanto si potrebbe credere, l’orso, quando è inseguito dai cani o è ferito dai cacciatori, fugge per la montagna con la velocità di un cavallo al galoppo. Non c’è difficoltà alcuna per esso: si butta fra i cespugli, salta da massi di parecchi metri di altezza, attraversa anelante scogliere di difficile accesso e si ficca nei roveti più intricati, pur di sfuggire all’inseguimento.
La corsa di parecchi chilometri ha fine per lo più in qualche remota boscaglia o in qualche scogliera delle alte cime, dove esso ritrova la via di caverne e di anfrattuosità per lo più ignorate ai cacciatori e solo a lui ben note.
Non passa anno senza che qualche cacciatore scopra, nelle vicende dell’inseguimento della belva ferita, qualche nuovo rifugio fino allora sconosciuto.
Al di là delle vette delle montagne di Pescasseroli a picco sul paese di Campoli Appennino, esiste un misterioso intrico di sterpi e di spini, di roveti e di massi taglienti, alternati con macchie selvagge; quell’asilo sicuro è denominato localmente le scatafòsce di Càmpoli.
Qui si arrestono per lo più gli inseguitori, impossibilitati ad aprirsi la via, se non con l’accetta e con grave pericolo di qualche brutta sorpresa. Gli animosi seguaci di Nembrot che più di una volta han tentato di penetrare dentro all'intricato groviglio hanno trovato qua e là scheletri di animali, certamente rapiti dagli orsi e dai lupi e trascinati fino a quel ricettacolo, ove probabilmente si annida la maggior parte di essi; e non hanno avuta la possibilità di proseguire oltre, tanta era la difficoltà di procedere fra le scogliere ed i rovi.
L’orso è onnivoro; si ciba prevalentemente di bacche, e specialmente di fagiole e delle così dette ceraselle, specie di corbezzoli rossi che abbondano in quelle montagne sui folti cespugli.
All’epoca delle ceraselle, cioè nel mese di settembre, gli orsi si spostano nelle regioni che ne sono ricche, ed ai piedi dei cespugli si trovano più frequenti le tracce del copioso pasto fatto nella notte.
Se però I' orso riesce una volta ad assaggiare la carne, allora ci prende gusto e diventa carnivoro, e si reca furtivamente presso le mandrie delle pecore, tentando di eludere la sorveglianza dei bravi cani da pastore per rapirne una e portarla in luogo sicuro.
Da allora I’orso si dà anche alla caccia dei cavalli e delle vacche, che pascolano nelle montagne; ma mentre non riesce a sorprendere i primi, che si sottraggono con una pazza fuga, raggiunge talvolta le vitelle, che uccide, ma che non riesce a portar troppo lontano come le pecore. Ne mangia allora una parte e torna la notte successiva intorno alla carogna.
Di questo approfittano i cacciatori per fare la posta di notte.
Appostati sotto vento, osservando il più scrupoloso silenzio, non movendo ciglio e astenendosi dal fumo, pochi cacciatori attendono pazientemente per ore e ore sotto la sferza della brezza notturna: alle volte vengono primi i cani da pastore, i quali fuggono se sopravviene il lupo: gli uni e gli altri però cedono il posto se si sente arrivare l’orso.
La posta di notte è la più emozionante delle cacce. Con un ginocchio a terra sulla coperta buttata sull’erba rugiadosa, col ferraiolo avvolto sulle spalle, col fucile in posizione di sparo, il cacciatore aguzza gli occhi e scruta nel buio, e tende l’orecchio ai più impercettibili rumori del bosco e della montagna. Ode le voci amiche delle campanelle delle vacche e dei cavalli che passano la notte al pascolo brado sotto la volta stellata del cielo, o il rintocco delle ore scandito dal lontano campanile del villaggio, o sente il respiro o qualche soffocato colpo di tosse del compagno di destra o di sinistra, che ad una cinquantina di metri da lui vigila anch’egli nell’alto silenzio della notte.
Ma poi sussulta ai rumori sospetti, che gli dànno a volte l’impressione che sia giunto finalmente al termine della dura, immobile vigilia: e invece è la martora che passa fuggendo, o è il tasso che va a caccia, o è lo scoiattolo che salta sugli alberi, o è addirittura la donnoletta gentile. Eppure ad ogni stormir di foglie, ad ogni sussurro, i suoi nervi tesi scattano, e la mano stringe forte il fucile, sperando arrivato il momento desiderato, di aggiustare il colpo, di tirare, di veder ruzzolare a terra la massa bruna dell’atteso all’agguato.
Ma spesso il cielo incomincia a imbiancare, viene l’alba, sorge trionfante il sole indorando le cime maestose delle catene dei monti prospicienti, e la visita attesa ancora non si è verificata.
E allora il cacciatore si scuote, chiama a raccolta i compagni per la parca colezione; e poi con rinnovata lena la comitiva si dà ad un vero giro di perquisizione nelle montagne attigue, circondando con circospezione a volta a volta tutte le caverne, le buche, le balze, le tane più conosciute, prima che uno della compagnia vi si addentri per scovarne eventualmente gli abitatori: quelle caverne, quelle buche, quelle balze, quelle tane, tante volte visitate invano e alle quali pur sempre si torna, perché ognuna di esse rievoca un episodio di caccia, ben noto a tutti i cercatori di orsi di quelle silenti altitudini.
Ecco la conca della Rocca, folta di ceraselle dove si trovano le tracce irrefutabili che qualche orso ne ha mangiato qui, appena ieri o l’altro ieri, e dove più di sei orsi sono stati uccisi nell’ultimo decennio. Ecco le cantonère dei Campitelli (a circa 2000 metri sul mare) dove c’è un giaciglio di foglie e di sterpi quasi ancora caldo, segno che l’orso se l’è svignata all’avvicinarsi dei cacciatori, e dove tanti emozionanti episodi sono avvenuti. Ecco la buca da cui, appena l’orso cacciò la testa, Tizio lo freddò con una palla sopra l'occhio. Ecco il balzo Travagliuso celebre negli annali delle cacce. Ecco appresso la posta del Principe dove ammazzammo quell’orsa nel 1906. E più in là il balzo del Caprio, vero promontorio di roccia nuda, che s'avanza bianco, scheletrico, sulle chiome del bosco sottostante: il balzo del Caprio, ricco di tane le più frequentate, dove diecine di orsi sono stati abbattuti, anche nel sonno, e diecine feriti: il balzo del Caprio, ove nel 1864 il veterano dei cacciatori di Pescasseroli si raccomandò l’anima a Dio, credendo giunta l’ultima sua ora, perché I’acciarino del fucile a pietra focaia non voleva comunicar la scintilla alla polvere, mentre un’orsa figliata gli si era all’improvviso alzata dinanzi in piedi e procedeva terribile, con le granfie protese, contro di lui, che non poteva più arretrare perché, aveva un abisso di ottanta metri alle spalle.
E così di vetta in vetta, di cocuzzoIo in cocuzzolo, spinta dal desiderio di tornare vincitrice dalla lotta contro l’ignoto, sempre con la rinnovata speranza di trovare nella tana successiva, piena la mente dei ricordi cinegetici del passato, la comitiva dei perquisitori va, s’inerpica, si concede un breve riposo, riprende metodicamente il cammino, senza darsi per intesa che il sole già declina, e che bisogna pur pensare al ritorno.
Ché se poi si ha la ventura di trovare e di tirare allora ogni stanchezza è passata per incanto. E se l’orso viene soltanto ferito e fugge, allora incomincia una rincorsa folle all’inseguimento della bestia, sulla scorta delle tracce del sangue, con l’idea di rinvenirlo ad ogni momento accosciato dietro una roccia, cacciato dentro un roveto, rintanato in qualche crepaccio. Allora si percorrono chilometri di montagna in qualche ora e spesso la comitiva non torna neppure a casa la seconda notte, per non abbandonare l’inseguimento e ricominciarlo all’alba successiva.
L’ardore della caccia è acuito dal ricordo della collezione di aneddoti, tutti autentici, e che ogni montanaro conosce.
Fu all’insellatura del Balzo del Caprio che il celebre Francesco Neri, soprannominato Passalacqua e che morì pochi anni fa con una trentina di orsi sulla coscienza, aveva trovato un cinquanta anni or sono ben tre orsi che pascolavano placidamente e di cui due si lasciarono freddare dalla giusta mira dei cacciatori.
Alla forcella Salèra alcuni vecchi cacciatori del paese avevano visto di lontano salire cinque orsi in fila, lungo la strada mulattiera, uno dietro l’altro, e così grossi che a tutta prima li avevano scambiati per somari!
Vicino Villavallelonga il guardiano Tommaso Tantalo con altri amici ferì con tre palle un orso, che per trovare nella frescura dell’acqua un sollievo al bruciore delle ferite andò a buttarsi dentro un pilone di un abbeveratoio, ove fu finito dagli inseguitori.
Alla piccola Rocca un orso si beccò venti fucilate e dodici palle nel corpo da Passalacqua e dai fratelli Sipari, sfuggendo tuttavia all’inseguimento durato tre ore, e andando a morire in una remota caverna di Campoli Appennino, ove fu scoperto putrefatto una settimana dopo.
Alla sella dei Tre Confini il pastore Cugno, che era privo di accetta e di altre armi, fu aggredito da un orso ferito, che se lo mise sotto e lo stava già massacrando se non fosse giunto il cane fedele del pastore, che con un morso alla parte più delicata della belva ne attirò l’ira su di sé, dando tempo di sopraggiungere ad un cacciatore che ammazzò la bestia inferocita. E Cugno ne ebbe per un mese di letto, e anche negli ultimi anni mostrava ai forestieri le cicatrici che aveva al viso e alle mani. E fortuna per lui che ebbe la presenza di spirito di buttarsi col dorso per terra e di piantare le grosse scarpe contro la pancia dell’orso, perché se questi arrivava a stringerlo tra le sue braccia gli avrebbe fracassato ben bene le costole!
Certamente l’orso sfugge l’uomo tutte le volte che gli vien fatta; ma se è ferito, o se ha i piccoli appresso, si avventa sul cacciatore.
Solo un orso era così perverso che accorreva dove sentiva la voce umana ed aggrediva i poveri viandanti. Era divenuto lo spavento della regione, tanto più che non si riusciva mai ad ucciderlo. Emigrò poi nelle montagne di Alfedena, i cui cacciatori, organizzate regolari e sistematiche cacciate, riuscirono finalmente ad abbatterlo.
Ma in genere l’orso, ripeto, pensa agli affari suoi: e se molti uomini e donne, che erano andati a far la legna nel bosco, lo hanno incontrato da vicino o da lontano, ne hanno riportato solo dello spavento, e qualche donna è rimasta anche muta per alcun tempo; ma non sono mai stati attaccati.
E neanche è strettamente esatto che l’orsa non abbandoni mai gli orsacchiotti: nel 1914 una comitiva messa su dall’On. Sipari, ferì un’orsa che era seguita da due orsetti dell’età di tre mesi, ed essa si rifugiò in un cunicolo che aveva due uscite, di cui una ignorata; ad un colpo tirato nel cunicolo l’orsa fuggì ruggendo dall’uscita nascosta, saltando per tre metri in lunghezza al di sopra di un crepaccio che i piccoli non potevano superare, sicché essi furono abbandonati alla loro sorte dalla madre, ed irruppero dall’uscita ov’erano appostati i cacciatori.
A differenza dei cervi, dei caprioli, dei cinghiali e dei lupi, l’orso non teme le telelle, cordicelle tese tra gli alberi con bandierine di tela di diversi colori per spaventare la selvaggina e farla convergere verso gli appostamenti. Le provammo nei boschi di Pescasseroli nel 1908 col Comandante delle Cacce Reali; ma l’orso prima si fermò un istante a riflettere, e poi saltò bravamente l’ostacolo multicolore. Peccato che allora non si poteva tirare, perché c’era ancora la Riserva Reale; ma ci mordevamo le dita per l’inazione cui eravamo condannati in sì bella occasione.
La presenza di una carogna di cavallo o di bue, precipitato da qualche balza, o di qualche vitella ammazzata dagli orsi o bramata dai lupi, è l’indice più sicuro della zona di montagna in cui è più probabile trovare l’orso. Più di una volta si è ammazzato l’orso dai cacciatori, sorprendendolo, quasi ancora addormentato dopo l’abbondante pasto della notte, in una delle balze nelle vicinanze della carogna. Aggravato dalla pesante digestione, non si allontana di molto, attendendo le tenebre per tornare a divorare il resto della sua vittima. E intornoad essa le tracce lasciate dai cani da pastore, dalle volpi, dai lupi e dagli orsi sono evidentissime.
È facile distinguere se un animale vaccino sia stato ammazzato dal lupo o dall’orso: il lupo lo sbrana alla gola, l’orso invece tira una zampata sulla nuca, configgendo le cinque unghie e poi stringendo e torcendo la colonna vertebrale, sicché sulla pelle dell’animale non si riscontrano che soli cinque piccoli buchi, mentre poi, se si scuoia, si trova sotto la pelle tutta la vertebra frantumata: e ciò dà la misura della forza prodigiosa dell’orso.
I muscoli di esso infatti sono enormemente sviluppati e solo esaminando il cadavere di un orso scuoiato si può comprendere come mai tanta mole di belva possa avere l’agilità di correre per le più impervie balze con la velocità di un cane.
Alle volte la caccia alla posta si prepara artificialmente col condurre sul posto del sacrificio un asino decrepito o un mulo malato, al quale si tira il colpo di grazia per lasciarlo in pasto alle belve, e farci la posta di notte.
Ma per attirare l’orso si ricorre anche al miele, al granturco e ad altri cibi. Quando Vittorio Emanuele II, il quale era un autentico cacciatore di razza, voleva recarsi in Abruzzo per la caccia all’orso, si era dai Cacciatori Reali abituata una rispettabile orsa a venire tutte le notti alla Forca dei Tre Confini, depositando essi tutti i giorni sopra una roccia del miele e del granturco, che la belva veniva puntualmente a mangiare ogni notte. Si attendeva solo il plenilunio per far venire da Roma Sua Maestà, quando lo scoppio della guerra di Crimea fece rimandare la gita.
Era quella un’epoca eccezionale per Pescasseroli: palazzo Sipari era diventato la sede per parecchi anni dei Cacciatori Reali, i quali venivano a studiare i luoghi e a preparare le battute o le altre forme di caccia.
Ma era destino che Vittorio Emanuele II non dovesse mai andare a Pescasseroli.. Ed infatti una volta per lo scoppio della guerra di Crimea, un’altra volta per una complicazione di gabinetto, una terza volta per una crisi ministeriale, Sua Maestà dovette sempre rimandare la gita in Abruzzo.
L’ultima volta anche era tutto pronto perché il Re potesse avere la soddisfazione di tirare all’orso, quando il Sovrano cadde ammalato per non più risorgere.
Da allora cessò l’animazione data dai Cacciatori Reali all’alpestre paesello, e di essi altra traccia non rimase che splendide razze di cavalli e di cani donati dal Re al Comm. Sipari, ed il ricordo dei simpatici gentiluomini che avevano onorato della loro schietta amicizia i cacciatori e i notabili del paese.
Umberto I non sentiva la passione della caccia grossa, e tolse il divieto di caccia all’orso che era stato decretato in omaggio al Padre suo: nel primo anno che la caccia si riaprì ventisette furono gli orsi uccisi dai cacciatori della vallata dell’alto Sangro.
Nel 1900, come sopra ho detto, andò a Pescasseroli, ospite anche nel palazzo Sipari, Vittorio Emanuele III; ma andò quasi all’improvviso e senza un serio periodo di preparazione, sicché la caccia non riuscì, perché era affidata unicamente al caso.
Però il Re tirò ad un camoscio sulla vetta dell’Obbaco in tenimento di Opi, ove erano convenuti anche i cacciatori di Villetta, Civitella, Barrea e Alfedena, che avevano organizzata una splendida battuta.
E allora, in omaggio a Vittorio Emanuele III, fu istituita di nuovo una Riserva Reale in diciotto Comuni dell’Abruzzo e della provincia di Caserta sulle cui montagne bazzica l’orso.
Il Capo Caccia di Lícola, il simpatico Cav. Giuseppe Santo, andò per parecchi anni sul luogo ed organizzò della cacce a Pescasseroli ed a Villavallelonga, alle quali prese parte anche il Re. Ma poi la Riserva fu abolita da casa Reale ed i cacciatori locali tornarono a stremare i pochi campioni residui.
Per il camoscio, su proposta dell’On. De Amicis, una provvida leggina ne proibì la caccia per proteggere quella speciale razza rupicapra ornata, che è unica al mondo.
Non lo stesso si poté fare per l’orso, a causa della grave spesa che si sarebbe incontrata per risarcire i danni causati alle greggi nel caso che si fosse vietato ai pastori di tirare sugli orsi che assaltano le mandrie.
Su proposta del Prof. Pirotta e col concorso del Prof. Parpagliolo e del Comm. Sarti si pensò allora di istituire un Parco Nazionale in Abruzzo per la conservazione della fauna, della flora e delle bellezze naturali della zona compresa tra Campo di Giove, Roccaraso, Alfedena, Settefrati, Campoli, la Valle del Liri, Trasacco, Pescina e Sulmona, e ricordo che l’On. Sipari e l’On. De Amicis dettero anima ad una proposta di legge che fu esposta dal Gruppo Parlamentare Abruzzese-Molisano, e che non approdò a causa della sopravvenuta guerra europea.
E perciò la caccia all’orso non è proibita e precisamente l’On. Sipari e suo fratello Francesco, con i cacciatori di Pescasseroli, di Villavallelonga, di Villetta e di Civitella Alfedena, continuano ad adornare le loro case con le spoglie degli orsi che riportano dalle sudatye ed emozionanti cacce, a cui si danno anima e corpo.
E mentre il Museo di Berlino possiede un campione dell’orso abruzzese, in nessun museo zoologico d’Italia esso figura, come non figura il camoscio di Opi e di Civitella.
Io so che i suddetti cacciatori sono animati dalle migliori intenzioni e che l’On. Sipari dà ordine costantemente di non tirare sulle femmine e sui piccoli; ma ciò non può impedire che per fatali errori si vada compiendo la distruzione dell’unica razza di orsi che sia rimasta in Italia.
Ad esempio nel 1914, in una caccia diretta dall’On. Sipari, fu ferita un’orsa e furono uccisi due bellissimi orsacchiotti, malgrado gli urli e i comandi in contrario del deputato, che ne fece una malattia.
Non sarebbe ora che si frenasse l’atavica mania venatoria di questi arrabbiati cacciatori di orsi con un provvedimento legislativo?
Noi facciamo voti che i Senatori De Amicis e Croce e gli Onorevoli Sipari, Corradini, Camerini e gli altri Deputati Abruzzesi si facciano di nuovo promotori dell’istituzione del Parco Nazionale in Abruzzo, che tanto bene arrecherebbe ai nostri boschi, ai nostri paeselli, alla nostra regione.