Indice:
1. CANIS LUPUS
1.1. SISTEMATICA E MORFOLOGIA
1.2 AREA DI DISTRIBUZIONE E HABITAT
1.3 ALIMENTAZIONE
1.4 RIPRODUZIONE
1.5 SOCIALITA' E COMUNICAZIONE
2. IL LUPO E L'UOMO
3. IL LUPO IN ITALIA
4. IL LUPO NELL'AREA DI STUDIO
5. PROTEZIONE LEGALE DEL LUPO
6. BIBLIOGRAFIA
1. CANIS LUPUS
1.1. SISTEMATICA E MORFOLOGIA
Il lupo (Canis lupus L.1758) è un mammifero predatore, appartenente alla famiglia dei Canidi, specie che conta, secondo una recente revisione, 11 sottospecie tra Eurasia e Nord America. Esistono altre 6 specie selvatiche appartenenti al genere Canis, il coyote (C. latrans), lo sciacallo dorato (C. aureus), lo sciacallo della gualdrappa (C. mesomelas), lo sciacallo striato (C. adustus) e lo sciacallo del Simien o lupo abissino (C. simensis). Il lupo è ritenuto il progenitore selvatico del cane, che attualmente viene quindi considerato una sottospecie del lupo (i.e., C. l. familiaris) (Wilson & Reeder 1993). Lupi e cani sono tra loro interfecondi, sono cioè capaci di incrociarsi generando prole ibrida feconda. La bassa probabilità di incontro in natura e, ancora di più, complesse barriere comportamentali sono generalmente sufficienti a impedire l’incrocio tra il lupo ed il cane, che comunque è documentata in circa il 5% dei lupi morti esaminati (per l’Italia, Randi e Ciucci 2006).
Il lupo è la specie di maggior mole tra i rappresentanti del genere Canis. Le dimensioni corporee variano molto a seconda dell’area geografica e della sottospecie considerata, con valori massimi di oltre 60 kg. per i maschi delle popolazioni che abitano le regioni più fredde, quali il Nord America e la Siberia (le femmine pesano generalmente il 10-15% in meno dei maschi). Anche il colore del mantello, generalmente mimetico, è variabile, tendendo verso toni più chiari nelle popolazioni settentrionali, dove tra l’altro le varianti monocromatiche (bianco e nero) sono più diffuse. Il mantello, costituito da due tipi diversi di pelo - uno lanoso e folto detto "borra", ed uno più lungo e scuro detto "giarra" - assume colorazione ed aspetto variabile in relazione alle stagioni ed all’età dell’animale. I peli sul dorso, sul collo e sulla parte prossimale della coda si inseriscono in uno strato epidermico strettamente solidale con la muscolatura (Toschi 1965), il che permette un controllo fine dell’erezione della pelliccia, essenziale per l’assunzione di uno spettro ben diversificato di posture, che, insieme alle espressioni del muso ed altri movimenti, costituisce un efficiente strumento di comunicazione. Il muso dell’animale è generalmente caratterizzato dalla presenza di una maschera facciale (i.e., una zona chiara che circonda la bocca), particolarmente evidente nei soggetti dal mantello scuro. Gli occhi, obliqui e dal colore marrone chiaro, sono in posizione frontale e piuttosto distanziati tra loro.
La dentatura è composta da 42 denti. La dentizione da latte è completa a circa 75-80 giorni d’età, mentre quella definitiva è completamente sviluppata verso il 7° mese. Di particolare importanza per la specie, la presenza di denti "ferini" (i.e., quarto premolare mascellare e primo molare mandibolare) particolarmente sviluppati, la cui funzione sembra essere quella di tranciare grosse ossa e tendini. Il cranio si presenta particolarmente schiacciato ed ampio, con il profilo superiore del muso tipicamente piatto e privo del cosiddetto "stop" (i.e., un leggero dosso) caratteristico del muso del cane.
Il lupo presenta una silhoutte del corpo slanciata, con muso allungato, orecchie triangolari diritte e non molto lunghe, collo relativamente corto, arti piuttosto lunghi e sottili, coda relativamente corta e pelosa. Data la sua particolare struttura anatomica, il trotto è l’andatura che consente al lupo di ottimizzare le sue prestazioni locomotorie. Tra l’impronta del lupo e quella di un cane di pari taglia non esistono differenze sufficientemente marcate e costanti da poter essere considerate diagnostiche nella identificazione delle specie. Generalmente i lupi si caratterizzano per lasciare tracce giacenti su una linea, molto dritta, nella quale le impronte delle zampe posteriori e quelle delle zampe anteriori si sovrappongono perfettamente. Questa caratteristica è rinvenibile meno frequentemente nelle tracce dei cani.
1.2 AREA DI DISTRIBUZIONE E HABITAT
La presenza storica della specie comprendeva l’intero emisfero boreale (i.e., la metà settentrionale del globo terrestre), con le popolazioni più meridionali localizzate in Messico (Canis lupus baileyi), in Arabia (C. l. arabs) e nel sub-continente indiano (C. l. pallipes) (Mech 1970). Il lupo è il mammifero terrestre selvatico che ha raggiunto, per lo meno in tempi storici, la distribuzione geografica più estesa. Allo stato attuale popolazioni consistenti di lupo sono presenti in Nord America, nell’ex Unione Sovietica e nei paesi dell’Europa centro-orientale. Popolazioni meno consistenti ed isolate tra loro sono presenti nella penisola Iberica, in Italia, in Scandinavia, nei Balcani, in Medio Oriente. In tempi recenti il lupo ha vissuto una fase di ripresa, ricolonizzando territori da cui era scomparso totalmente, della Francia, della Germania, della Svizzera, e di alcuni Stati settentrionali degli USA.
Il lupo sembra non avere particolari esigenze di habitat, come dimostrato dalla persistenza della specie in praticamente tutti gli ambienti dell’emisfero settentrionale, prima che iniziasse la persecuzione sistematica da parte dell’uomo. Vari autori concordano che in un passato non lontano, il lupo era presente in Italia, in praticamente tutti gli ambienti, dalla macchia mediterranea della costa alle foreste di montagna. Pare dunque che i fattori che limitano criticamente la distribuzione attuale del lupo siano fondamentalmente la persecuzione umana, la disponibilità di prede e la presenza di habitat naturali integri (soprattutto quelli con estesa copertura vegetale che permette ai lupi di nascondersi e sfuggire alla persecuzione umana). Per l'Italia è questa adattabilità è evidente: la specie è attualmente presente in contesti molto diversi: dalle praterie alpine, fino alla macchia mediterranea del Parco della Maremma.
1.3 ALIMENTAZIONE
Il lupo è un carnivoro generalista ed opportunista, essenzialmente specializzato nella predazione di grossi erbivori selvatici, ma che può includere nella propria dieta all’occorrenza anche mammiferi di piccole dimensioni (e.g., roditori), frutti, carcasse, animali domestici e rifiuti di origine umana. Il lupo in Italia ha uno spettro di dieta quanto mai variabile su base locale, ovvero si va da una dieta che include quasi esclusivamente ungulati selvatici, in particolare il cinghiale (e.g., Appennino tosco-romagnolo), a diete che includono in misura variabile, ma consistente, alimenti di origine antropica come bestiame, carcasse, rifiuti etc (e.g., Parco Nazionale d’Abruzzo) (Meriggi e Lovari 1996). La caccia avviene generalmente all’interno di territori in cui i lupi persistono per periodi più o meno prolungati, insistendo su categorie di prede che garantiscano l’ottimizzazione del rapporto costi (i.e., sforzo di cattura) / benefici (i.e., quantità di calorie assimilabili per unità di tempo). Il fabbisogno giornaliero medio di carne di un lupo di dimensioni medie è quantificato in circa 3-5 kg (per il Nord America, Mech 1974, Carbyn 1987). D’altra parte il lupo è noto per essersi adattato ad una alimentazione non uniformemente cadenzata nel tempo. Per esempio, sono stati registrati casi di lupi che sono rimasti fino a 17 giorni senza ingerire cibo.
Il tasso di successo dell’attività venatoria del lupo è in genere sorprendentemente basso, stimato intorno al 10 % del totale degli attacchi, nel caso specifico di caccia a carico di prede di grosse dimensioni. Mech (1970) registra addirittura un tasso di successo predatorio del 4 % totalizzato da parte di un branco di lupi da lui osservato in Nord America, in attacchi diretti contro differenti gruppi di alci.
In Europa, segnalazioni di casi di antropofagia da parte del lupo erano frequenti in passato, ma spesso provenivano da fonti non certe ed attendibili, generalmente frutto di radicati pregiudizi e antichi retaggi culturali avversi al lupo. L’unica regione del mondo in cui si siano verificati casi di antropofagia in tempi recenti è quella indiana dell’Andhra Pradesh, in una situazione di grande dissesto ecologico, in cui si verifica uno stretto contatto degli umani con le popolazioni del canide (Cagnolaro et. al. 1996). In Italia, dove le segnalazioni di casi di attacchi rivolti a persone da parte di lupi e di cani sono state spesso confuse tra loro, gli ultimi casi accertati di antropofagia si sono verificati intorno al 1825 (Cagnolaro et. al. 1996). L’antropofagia del lupo è in ogni caso considerata un comportamento raro e aberrante del lupo, che può verificarsi occasionalmente solo in condizioni ambientali particolarmente degradate, caratterizzate per esempio da una cronica carenza di prede, una popolazione rurale in forte espansione, e, più spesso, la presenza nella popolazione di individui affetti da rabbia silvestre. D’altra parte, tali eventi si possono verificare soltanto su base occasionale – di solito a carico di individui di dimensioni ridotte rispetto a quelle di un uomo adulto (i.e., bambini incustoditi) - ed è da escludere che il lupo possa includere la specie Homo sapiens nello spettro abituale delle sue prede. L’antropofagia viene ritenuto un fenomeno improponibile nell’attuale contesto ecologico europeo.
1.4 RIPRODUZIONE
Il lupo è un animale essenzialmente monogamo. La coppia dominante copula verso la fine dell’inverno, e la gestazione dura circa due mesi (Mech 1970). Circa 15-20 giorni prima del parto la coppia cerca una tana che può essere costituita da un tronco cavo, da una cavità rocciosa, da una fossa scavata in terra ed in alcuni casi può essere ricavata allargando una pre-esistente tana di volpe, di istrice o di tasso.
La femmina alla fine della gestazione, dà alla luce 4-8 cuccioli dal peso di circa 300-400 grammi ciascuno. I cuccioli, che in Italia nascono tra aprile e giugno, completamente inetti e con capacità sensoriali scarse (ciechi e sordi), dipendono all’inizio completamente dalle cure parentali degli adulti. Vengono alimentati esclusivamente con il latte materno durante i primi 20 giorni di vita. Successivamente, per un periodo di circa 40-50 giorni, gli viene offerto del latte integrato da rigurgiti a base di carne (per l’Italia, Boscagli 1985). I cuccioli lasciano la tana dopo circa 2 mesi di vita e vengono trasferiti, in attesa di essere capaci di seguire gli adulti nell’attività venatoria, in particolari aree, chiamate rendez-vous, all’interno delle quali aspettano gli adulti di ritorno dalla caccia. A poco a poco i piccoli iniziano a seguire i genitori nei loro spostamenti, ed è questa una fase di fondamentale importanza per le possibilità future di sopravvivenza dei giovani predatori. In questo periodo gli adulti trasmettono ai giovani il patrimonio culturale specifico del branco, in special modo le tecniche di caccia, la conoscenza e l’utilizzazione ottimale del territorio, le strategie per evitare gli ambienti e le situazioni più pericolose.
Le dimensioni corporee definitive vengono raggiunte a circa un anno di età, mentre la maturità sessuale verso i due anni, anche se femmine in cattività sono in grado di riprodursi già a 10 mesi.
Una volta raggiunta la maturità sessuale, i giovani subadulti possono disperdersi in cerca di nuovi branchi cui unirsi, o di territori non occupati da colonizzare. Alternativamente, i subadulti possono rimanere nel branco di origine con la speranza di poter gradualmente "scalare" la gerarchia sociale.
Il lupo si accoppia una sola volta nel corso dell’anno, a differenza del cane che ha due periodi di estro. Questo, unitamente al fatto che una sola coppia di lupi si riproduce all’interno del branco, garantisce una crescita demografica commisurata alle reali disponibilità trofiche del territorio.
1.5 SOCIALITA' E COMUNICAZIONE
Il lupo è una specie territoriale, dal comportamento sociale complesso e per certi versi ancora poco conosciuto. I lupi sono tipicamente organizzati in unità sociali stabili (i.e., branchi), costituiti da un numero variabile di individui che svolgono in modo integrato e coordinato tutta una serie di funzioni di vitale importanza, quali la caccia, la difesa di un territorio esclusivo e l’allevamento della prole (Mech 1970). I branchi possono essere composti da un numero variabile di individui, a seconda del contesto ecologico, e cioè in relazione al tipo/densità di prede disponibili nell’ambiente. Branchi di considerevoli dimensioni (il numero più alto osservato in natura è 36, Rausch 1967) sono tipici di ambienti in cui prede di grosse dimensioni sono il costituente principale della dieta, mentre aggregazioni di dimensioni inferiori (4-7 individui) si dedicano tipicamente alla caccia di prede di dimensioni relativamente più ridotte. Il branco di solito difende un territorio che racchiude una quantità di prede sufficiente alla propria sopravvivenza, che in Nord America varia tra 80 e 2500 km2. (Fuller 1989, Ballard et al. 1987). I valori per l’Italia oscillano invece tra 120 e 200 km2. (Boitani 1982, Ciucci et al. 1997). Dal punto di vista strettamente ecologico, la dimensione del territorio è calibrata sulla disponibilità di prede, e quindi la territorialità può essere intesa come un meccanismo particolarmente efficiente per dimensionare la densità di lupi rispetto a quella delle prede.
La coesione del branco si fonda sulla continua interazione sociale tra i suoi vari componenti. La ben definita e rigida struttura gerarchica del branco si regge sulla continua verifica dei rispettivi ranghi fra i suoi componenti, dove quelli di rango inferiore si sottomettono a quelli di rango superiore, attraverso complessi rituali sociali che di solito servono a evitare manifestazioni di aggressività aperta e spargimenti di sangue (Mech 1970, Zimen 1982). La gerarchizzazione dello status dei singoli componenti del gruppo si riflette nel ruolo svolto dal singolo individuo all’interno del branco, ovvero dal grado di iniziativa che il singolo individuo dimostra, relativamente agli altri componenti, nello svolgimento della vita di branco, e soprattutto nel grado di privilegio che gli spetta relativamente all’accesso alle risorse chiave (essenzialmente quelle alimentari e sessuali). I rapporti gerarchici tra i componenti del branco sono stabili sul breve periodo, ma generalmente variano sensibilmente sul lungo periodo, nel corso dei mesi e delle stagioni (specialmente in inverno, nel periodo che precede la riproduzione). La costante verifica reciproca dei ranghi tra i componenti del branco, oltre a indurre una memorizzazione di questi in ogni individuo, pare finalizzata a calibrare nel tempo la struttura gerarchica del branco rispetto alle incessanti variazioni di ambizione, forza e capacità dei singoli individui relativamente agli altri. Generalmente nel branco si creano linee gerarchiche separate in base al sesso, con una coppia di individui dominanti (denominati individui "a ") che, attraverso una continua repressione sugli altri elementi del branco, riesce a ottenere la riproduzione esclusiva e l’assistenza degli altri individui nell’allevamento della propria prole. L’analisi dei rapporti genetici tra lupi appartenenti a branchi territorialmente contigui suggerisce continui scambi di animali tra questi, la qual cosa permette un indispensabile flusso di informazione genetica attraverso la popolazione (Meier et. al. 1994). In aggiunta agli individui che vivono in branco, esiste sempre una quota di individui solitari e transienti, cioè non occupanti un territorio stabile, che possono rappresentare fino al 20 % di una popolazione residente in una certa area geografica (dati relativi al Nord America: Mech 1977, Bjorge & Gunson 1983).
Il lupo occupa territori relativamente stabili ed esclusivi (Mech 1974). Il territorio viene delimitato dal branco, e in particolar modo dalla coppia dominante, tramite segnali odorosi, ovvero attraverso la deposizione di escrementi ed urina in punti strategici, e/o tramite segnali sonori, ovvero l’ululato (Field 1979). Grazie alla preminenza dei canali di comunicazione chimica e vocale su quella visiva, si ritiene che lupi occupanti territori contigui raramente entrino in contatto visivo. I segnali odorosi presentano il vantaggio di essere persistenti nel tempo (i.e., diversi giorni) grazie alla stabilità chimica delle molecole di cui sono composti. La vocalizzazione o ululato, che permette la trasmissione di informazioni a grande distanza, rappresenta uno strumento di comunicazione sia tra individui appartenenti a branchi diversi (e.g., nelle contese territoriali, per affermare il dominio sui rispettivi territori), sia tra individui appartenenti allo stesso branco (e.g, per rinsaldare i legami all’interno del branco, per comunicare durante le fasi della caccia, e per stabilire un contatto con i cuccioli quando questi ultimi non sono ancora in grado di seguire gli adulti nella caccia).
L’ululato comprende tre tipologie di suoni base, ovvero i suoni armonici, "rumorosi" e misti, per un totale di 11 sottotipi diversi. Ogni tipologia di suono è associata ad una determinata classe d’età ed a uno specifico significato sociale. In particolare i suoni armonici sono associati a contesti amichevoli o di sottomissione, i suoni "rumorosi" a contesti aggressivi o di dominanza, ed i suoni misti sono invece tipici del periodo neonatale, e vengono sostituiti successivamente dai suoni "rumorosi" nel periodo della socializzazione (Schassburger 1993).
2. IL LUPO E L'UOMO
Tipico dell’uomo è attribuire ad animali capaci di suscitare in lui una qualche suggestione, virtù o vizi che, in realtà, appartengono solo alla nostra specie. Il lupo, avendo da sempre stimolato l’immaginario umano, ricorre frequentemente nella cultura, tradizione e folklore della maggior parte delle civiltà dell’emisfero boreale, suscitando in generale sentimenti contrastanti, ovvero di odio e ammirazione. Aldilà di altre caratteristiche del lupo che hanno influenzato la sua considerazione presso l’uomo, l’ululato - il suo tipico mezzo di comunicazione - ha indubbiamente toccato corde profonde dell’emotività umana fin dalla notte dei tempi, costituendo uno dei suoni più impressionanti udibili in natura, affascinante ed inquietante allo stesso tempo. Una vocalizzazione lamentosa, e per certi versi sinistra, che ha accompagnato da tempi immemori la storia e lo sviluppo delle civiltà dell’emisfero settentrionale.
Occorre risalire al Paleolitico (tra 1 e 2 milioni di anni fa) per comprendere l’origine del complesso rapporto tra uomo e lupo, quando l’Eurasia era costituita da tundre e taighe, ed il clima glaciale faceva fluttuare con le sue intermittenze una formidabile fauna di renne, cavalli selvatici, bisonti uro e cervi. In quell’epoca due cacciatori straordinariamente simili per tecniche e capacità venatorie, l’uomo ed il lupo, si spartivano questa ricchezza di prede senza conflitti. Entrambi caratterizzati dall’appartenenza a gruppi sociali strutturati gerarchicamente al loro interno in modo ben definito, ma soprattutto dall’attitudine ad abbattere prede dalla mole più grande della propria, grazie alle potenzialità offerte dalla "caccia sociale", ovvero grazie all’azione concertata e coordinata dei vari membri del gruppo, oltre che alle fini capacità di comunicazione. L’uomo ed il lupo, in questo modo, si affermarono da un punto di vista evolutivo, in ambito boreale, come predatori di primo piano, in seguito alla sparizione da questo scenario dei grandi felini.
Tutto sembra indicare che fino a quando l’uomo non iniziò a dedicarsi alla pastorizia, esso condivise con il lupo i propri territori senza entrare in competizione diretta. Infatti, gli equivalenti moderni e contemporanei dei cacciatori nomadi paleolitici, ovvero gli Indiani Nord Americani e gli Eschimesi, non odiano il lupo, ma al contrario, gli attribuiscono tutte le virtù del perfetto cacciatore, spesso venerandolo addirittura come divinità positiva. Fra i pellerossa era infatti comune che i guerrieri più audaci, nonché i migliori cacciatori portassero il nome di questo animale (Lupo Rosso, Lupo Grigio, etc). Gli Eschimesi d’altra parte considerano il lupo una divinità positiva, Amorak, identificata nella luce solare. I Mongoli invece identificavano in questo animale il mitico progenitore di Gengis Khan. Questi fatti testimoniano chiaramente l’ammirazione che l’uomo cacciatore provava, e prova tutt’oggi, per la resistenza, la forza, l’intelligenza, la tenacia ed il coraggio del lupo.
Si ritiene che il lupo sia entrato in conflitto diretto con l’uomo - e da quel momento sia divenuto così un proscritto da combattere ed annientare - allorché questi si dedicò alla pastorizia. Infatti il lupo, predatore altamente adattabile, generalista ed opportunista, ebbe ben presto modo di sperimentare ed apprezzare i vantaggi derivanti dalla predazione sugli animali domestici che, avendo perso la capacità di difendersi dai predatori nel corso del processo di domesticazione, rappresentavano, e rappresentano, una preda allettante e facile rispetto ai loro progenitori selvatici. Da quei tempi la inclinazione dei lupi ad approfittare di questa relativamente facile fonte di nutrimento - con frequenze estremamente variabili a livello locale a seconda delle caratteristiche ambientali e delle contingenze stagionali (e.g., scarsità di ungulati selvatici) - ha influenzato pesantemente il suo rapporto con l’uomo. Un altro conflitto irrisolto, completamente sovrapponibile a quello tra uomo e lupo, è quello che vede un altro canide, il coyote (Canis latrans), come protagonista, in qualità di saccheggiatore di greggi, nel settore occidentale degli USA. La tentazione dei coyotes a effettuare "prelievi" sistematici dai greggi di certe zone è stata suggestivamente stigmatizzata come equivalente alla situazione di un bambino che si ritrovi, senza il controllo dei genitori, in un negozio di caramelle (Sacks 1996).
Per molti secoli gran parte della popolazione umana dell’Europa settentrionale fu costituita da pastori nomadi. A quel tempo i pascoli disponibili erano scarsi rispetto alla copertura forestale, ed il clima di molte di queste regioni europee obbligava i pastori a lunghi e continui trasferimenti. La densità della popolazione umana era relativamente bassa e le distanze da coprire così ampie che era impossibile per questi pastori conoscere in dettaglio i territori che via via frequentavano, nonché di avere a disposizione strutture atte al ricovero notturno delle bestie. Questo fatto, in aggiunta alle difficoltà da parte dei cani da pastore di poter svolgere il loro ruolo in tragitti così lunghi e attraverso luoghi così diversi, spinse questi pastori a combattere sistematicamente i lupi attraverso intense campagne di eradicazione della specie (Mc Namee 1997).
Nell’Europa meridionale invece, dal clima più mite e quindi più ospitale, la pastorizia si sviluppò fin dall’inizio come attività stanziale. Il bestiame veniva cioè allevato, durante il corso di tutto l’anno, su pascoli relativamente circoscritti, e gli spostamenti stagionali venivano effettuati, fino a non poco tempo fa, lungo tragitti tradizionali (i.e., transumanze), di minor scala spaziale rispetto a quelli intrapresi dai pastori erranti del Nord Europa. Inoltre, differenza significativa, i pastori stanziali utilizzavano ricoveri per le greggi. Questi pastori hanno quindi vissuto per secoli in fattorie e villaggi adiacenti ai pascoli, in rapporto di vicinanza con territori accidentati e riccamente forestati abitati dai lupi. I greggi venivano mantenuti anno dopo anno sugli stessi pascoli, estivi ed invernali, cosa che permetteva al pastore di sviluppare una intima conoscenza del territorio che frequentava. Questo costituiva certamente un notevole vantaggio nel contrastare efficacemente i potenziali pericoli dovuti alla presenza dei lupi, in quanto il pastore sapeva perfettamente quanti branchi vivevano nei paraggi, e le loro abitudini nel corso delle stagioni. Il pastore aveva così la possibilità di mettere in atto le contromisure del caso, semplici ma efficienti, tramandate di generazione in generazione, come l’uso di cani da pastore appositamente selezionati ed addestrati all’uopo (e.g., il pastore maremmano), la sorveglianza ed il ricovero notturno del bestiame in determinate condizioni etc. In altre parole si creò un rapporto di convivenza più o meno pacifico tra il predatore lupo e l’ex-predatore uomo, basato sulla reciproca conoscenza e rispetto (Mc Namee 1997). D’altra parte anche il rapporto tra queste società pastorali stanziali ed il lupo non è sempre stato pacifico, anzi. I sentimenti contrastanti suscitati dal lupo in questi popoli, si riflettono nel modo in cui l’animale veniva rappresentato nelle loro culture e miti. La figura di una lupa rappresenta nella cultura classica la madre adottiva di Romolo e Remo, i mitologici fratelli fondatori e capostipiti di Roma. Ma è proprio con l’avvento delle religioni monoteistiche, che si accompagnarono alle civiltà pastorali stanziali, che il lupo venne rappresentato quale simbolo di malvagità, crudeltà e perfino eretismo. Sebbene momentaneamente riabilitato da San Francesco d’Assisi nel XIII sec., il lupo continua ad essere tuttora associato, nelle leggende, nei detti popolari e nelle tradizioni degli ambienti rurali, a qualità essenzialmente negative.
Si crede dunque che questo differente modo di rapportarsi al lupo da parte dei pastori nomadi settentrionali e da parte di quelli stanziali meridionali, abbia determinato l’areale di distribuzione di questo predatore/competitore dell’uomo nell’Europa dei tempi storici. Ossia, praticamente sterminato nell’Europa nord-occidentale, il lupo continuava a sopravvivere nelle sterminate regioni dell’Europa nord-orientale - fino alle propaggini più estreme della Siberia - grazie alle basse densità umane (che implicavano una bassa pressione persecutoria), e nell’Europa meridionale, in un equilibrio sofferto ma complessivamente stabile con le popolazioni rurali.
La persecuzione del lupo si è però acuita in Occidente nel corso del 900, in particolar modo dopo il secondo conflitto mondiale, parallelamente al progressivo ed inarrestabile incremento demografico delle popolazioni umane, imponendo al lupo una ulteriore drastica riduzione del suo areale di distribuzione. Durante questi due secoli sono stati usati allo scopo i mezzi più disparati, dai bocconi avvelenati, alle tagliole, alla distruzione sistematica delle tane, alle aquile reali addestrate all’uopo dai Kirghisi, fino alla recente caccia da velivoli. Lo sterminio del lupo è stato particolarmente efficiente e sistematico negli Stati Uniti, dove il canide venne praticamente eradicato da 48/49 dei 50 stati contigui, già nella prima metà del secolo. Nel quadro sopra esposto non meraviglia quindi che il lupo sia persistito in densità naturali solo nei territori più inospitali e freddi - e per questo meno ambiti dall’uomo - dell’emisfero boreale, ovvero nelle regioni dell’estremo nord, in Canada, Alaska e Russia.
3. IL LUPO IN ITALIA
Il lupo presente in Italia, ritenuto in passato da alcuni ricercatori una sottospecie del lupo europeo (Canis lupus italicus, Altobello 1921), viene attualmente ritenuto un ecotipo di questo (C. lupus lupus), dalle cui popolazioni è rimasto isolato per oltre un secolo. Il peso di un individuo maschio adulto oscilla approssimativamente tra i 24 ed i 40 kg (le femmine pesano circa il 10 % in meno), mentre la lunghezza dalla punta del muso alla coda è compresa tra i 100 ed i 140 cm. Il colore del mantello varia notevolmente dal fulvo al grigio. Recentemente sono stati avvistati individui di colore nero nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, in Mugello e nell’Appennino tosco-emiliano. Alla luce delle recenti analisi genetiche effettuati su esemplari morti, sembra che l’incrocio con il cane sia stato in Italia un fenomeno marginale, ma non da escludere (Randi et. al. 1995 e segg.). In Italia il branco tende a coincidere con il nucleo familiare, ed è generalmente costituito da una coppia dominante riproduttiva, dai giovani subadulti che permangono con i genitori fino alla seconda stagione invernale successiva alla loro nascita, e dai cuccioli dell’anno. I subadulti, raggiunta la maturità sessuale, lasciano il territorio del branco in cerca di nuovi territori da colonizzare, ed è proprio in questa fase che sono particolarmente vulnerabili e soggetti al bracconaggio.
Presente fino dall’inizio del secolo in tutta Italia - Sardegna e altre isole minori escluse - il lupo è scomparso dalle Alpi intorno agli anni ’20 (Brunetti 1984), e dalla Sicilia intorno agli anni ’50. Tra le cause che ne hanno determinato la rarefazione, culminata a cavallo degli anni ‘70, sono da menzionare la caccia (legale fino al 1971), il progressivo scarseggiare di prede, e la crisi della zootecnia montana (Apollonio 1996, Francisci e Mattioli 1996) Non esiste concordanza completa sui dati relativi alla distribuzione e alla consistenza della popolazione italiana di lupo per quel periodo: alla luce delle recenti acquisizioni della genetica, in particolare sul DNA mitocondriale (Randi et. al. 1995), e con la raccolta di tutte le segnalazioni di ritrovamento di lupi uccisi in quegli anni (Francisci e Guberti 1996), sembra verosimile l’ipotesi secondo la quale il lupo intorno agli anni ’70 abbia toccato un minimo storico di circa 200-300 individui, persistenti in popolazioni solo in parte isolate tra loro e relegate nelle zone più impervie ed inaccessibili dell’Appennino, dalla Calabria fino all’Appennino tosco-romagnolo.
A partire dalla metà degli anni ‘70, le popolazioni di lupo hanno progressivamente ma costantemente recuperato l’areale perduto, grazie al ripopolamento progressivo delle montagne da parte degli ungulati selvatici (avvenuto grazie alla protezione degli habitat naturali, ma anche in seguito a programmi di ripopolamento operati dal Corpo Forestale dello Stato e dalle Associazioni venatorie), al graduale abbandono delle aree montane da parte dell’uomo, alla cessazione dei programmi di persecuzione legalizzata su larga scala (come risultato di una serie di misure conservazionistiche quali la protezione legale della specie, dal 1971, ed il rimborso dei danni all’allevamento) (Apollonio 1996, Francisci e Mattioli 1996, Ciucci e Boitani 1998).
Non esistendo dati certi, la consistenza attuale del lupo in Italia è controbattuta e oggetto di continui dibattiti: le proiezioni / estrapolazioni popolazionali più recenti oscillano intorno ai 7-800 individui in totale (Ciucci e Boitani 1998), ma è probabile che il dato sia una sottostima. La sua distribuzione interessa l’intera catena appenninica, dall’Aspromonte fino alle Alpi Marittime, oltre che diverse zone collinari dell’Italia centrale e centro-settentrionale, comprese aree costiere, come il promontorio dell'Uccellina in Toscana. Si ritiene che nei prossimi anni il lupo ricolonizzerà anche l’intero arco alpino, proveniendo sia dal fronte orientale che da quello occidentale (arrivando dalla Slovenia). Gruppi di lupi sono ormai stabili nel Parco Nazionale del Mercantour (Francia), nelle Alpi marittime e nelle Alpi occidentali. Ritrovamenti di esemplari morti e avvistamenti in natura sono stati segnalati fino alla provincia di Varese. Sempre più spesso si documentano casi diinsediamento di gruppi di lupi nei pressi di abitati e città, come è avvenuto ad esempio a Arezzo, Forlì, Firenze. Questo comporta dei conflitti di difficile soluzione con le attività antropiche.
Nonostante le iniziative conservazioniste in campo legale a favore del lupo, la persecuzione diretta da parte dell’uomo costituisce ancora oggi il principale fattore di mortalità del lupo in Italia. Ogni anno vengono rinvenuti in Italia circa 60 lupi uccisi dall’uomo (Francisci e Mattioli 1996), di solito tramite veleno o arma da fuoco. Negligenza e difficoltà oggettive nell’applicazione delle leggi, che si sommano alla tensione derivante dai conflitti di natura economica (quasi sempre amplificati da retaggi culturali e pregiudizi negativi nei confronti della specie), sono tra i motivi principali del persistente livello di persecuzione. Le possibilità di protezione di un carnivoro di grossa taglia, quale è il lupo, in una nazione con elevata densità di abitanti come l’Italia, si configura in futuro come una sfida difficile e impegnativa, che dovrà in primo luogo realizzare un equo compromesso tra le istanze conservazioniste e le attività economiche.
4. IL LUPO NELL'AREA DI STUDIO
L’area di studio che circonda il Centro di Studio e Documentazione sul Lupo (CSDL) è rappresentata da una porzione del crinale appenninico della provincia di Firenze. Dal 1993 in tale area si studia la distribuzione e l’ecologia del lupo (in particolare l’alimentazione, la riproduzione ed alcune patologie), oltre che i danni alla attività zootecnica indotti dalla sua presenza (Berzi 1998).
Nel corso di questi studi sono state adottate le seguenti tecniche: 1) lo snow-tracking (tracciatura su neve), che consiste nel percorrere con gli sci o con le racchette da neve, in condizioni particolari di innevamento, determinati tragitti, alla ricerca delle tracce lasciate dai branchi di lupi; 2) il wolf-howling (ululato indotto), attraverso cui si stimolano i lupi a rispondere a ululati riprodotti artificialmente tramite registrazioni: dalla analisi sonografica della risposta è possibile determinare il numero di animali, la localizzazione approssimativa e la eventuale presenza di cuccioli nel branco; 3) ricerca e raccolta degli escrementi ("fatte") i cui resti indigeriti vengono successivamente analizzati per la determinazione della composizione della dieta. Attualmente si stanno anche sperimentando tecniche di studio innovative, "non invasive", quali l’analisi genetica dei peli e di campioni fecali, ed il monitoraggio tramite video e fototrappole.
Si stima che nell’area siano presenti un numero minimo di 3 nuclei riproduttivi, la cui dieta è basata quasi esclusivamente (i.e., oltre il 90%) su prede selvatiche (soprattutto cinghiale, capriolo e daino). Nonostante questo, e nonostante i danni al settore zootecnico siano relativamente limitati, I lupi di questa area sono purtroppo oggetto di un intenso bracconaggio. Dal 1994, infatti, sono 17 gli esemplari rinvenuti uccisi nella zona, di cui ben 6 nel 1998. Per questo motivo si è deciso di approfondire le ricerche sulla predazione a carico degli animali domestici, finalizzate ad individuare le forme di gestione e controllo del predatore più adatte ad attenuare questo conflitto di interesse.
Inoltre il CSDL svolge da tempo una continua opera di sensibilizzazione ed educazione dell’opinione pubblica locale, attraverso pubblicazioni, incontri, proiezioni ed uscite con le scuole, finalizzate ad accrescere e d approfondire la conoscenza del lupo, ridimensionando e smitizzando luoghi comuni e antiche credenze nefaste per la specie ancora dure a morire.
5. PROTEZIONE LEGALE DEL LUPO
Il lupo è inserito, in qualità di specie "vulnerabile", nella cosiddetta Lista Rossa redatta dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), che elenca tutte le specie in qualche modo in pericolo. Diverse iniziative politiche e legali hanno contribuito a favorire il recupero delle popolazioni di lupo sia a livello comunitario, che a livello nazionale:
A livello comunitario:
· Convenzione di Berna (legge 503 del 05/08/81): invita gli stati contraenti a proteggere la specie Canis lupus ed il suo habitat;
· C.I.T.E.S., Convention on International Trade in Endargered Specie, (legge 874 del 19/12/75): regolamenta la commercializzazione e detenzione delle specie selvatiche;
· Risoluzione 17/02/89 del Parlamento d’Europa: dispone fondi finalizzati a programmi di protezione dedicati a specie minacciate o a rischio di estinzione;
· Direttiva comunitaria Habitat (43/92): promuove la protezione degli habitat naturali di interesse comunitario.
A livello nazionale e regionale:
· L.N.281/91: normativa sul randagismo canino;
· L.N.394/91: legge sulle aree protette, regola anche i rimborsi alla zootecnia all’interno delle aree protette.
· L.N.157/92: legge quadro sulla protezione della fauna e la regolamentazione del prelievo venatorio;
· D.M. 19/04/96: inserisce il lupo tra le specie di cui è vietata la detenzione.
· Dal 1974, dopo l’esempio della Regione Abruzzo, numerose regioni (Toscana, Emilia Romagna, Liguria, Umbria, Marche, Lazio, Molise, Campania, Basilicata) si sono dotate di specifici mezzi legali finalizzati all’indennizzo dei danni da predatore.
· Dal 1971, prima con Decreto Ministeriale, poi attraverso la normativa in materia di attività venatoria, il lupo è protetto in Italia. Attualmente l’uccisione di un lupo viene punita con l’arresto da due ad 8 mesi o una ammenda da 1,5 a 4 milioni. Nonostante il rinvenimento di oltre 150 lupi uccisi deliberatamente dall’uomo negli ultimi venti anni, nessuna condanna è stata mai inferta per tale reato.
6. BIBLIOGRAFIA
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Libri e testi divulgativi consigliati:
. Berzi e Valdrè 2002. Il Lupo è vicino. Storia, distribuzione ed ecologa del mitico predatore. Provincia di Firenze, Assessorato Agricoltura, Caccia e Pesca, 2002.
· Boitani L., 1986. Dalla parte del lupo. G. Mondadori, Milano.
· Boscagli G., 1985. Il lupo. Carlo Lorenzini ed. Udine.
· Ciucci P. Boitani L., 1998. Il lupo, elementi di biologia, gestione, ricerca. Documenti tecnici INFS (Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica), n°23
· Cecere F. (ed.), 1996, Atti del Convegno "Dalla parte del lupo", serie Atti e Studi del WWF Italia.
· Mech L.D., 1970. The wolf the ecology and behaviour of an endangered species. Natural history press, Garden City, N.Y.
· Ortalli G., 1997. Lupi, genti, culture. Uomo e ambiente nel medioevo. Biblioteca Einaudi 1997.